Lavoratori/ricercatori impatriati e Decreto Crescita

Con le risposte nn. 204 e 207 del 25 giugno 2019, l’Agenzia delle Entrate ha fornito chiarimenti sul regime speciale per lavoratori e docenti/ricercatori impatriati, analizzando le nuove disposizioni contenute nel Decreto Crescita in fase di conversione in legge.

In relazione al regime speciale per lavoratori impatriati, i cittadini italiani non iscritti all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (AIRE) rientrati in Italia a decorrere dal periodo d’imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2019 possono accedere ai benefici fiscali del regime speciale per lavoratori impatriati purché abbiano avuto la residenza in un altro Stato ai sensi di una convenzione contro le doppie imposizioni sui redditi per due periodi d’imposta precedenti il predetto trasferimento e si impegnano a risiedere in Italia per almeno due anni.
In relazione al regime agevolativo docenti/ricercatori impatriati, i docenti o ricercatori italiani non iscritti all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (AIRE) rientrati in Italia a decorrere dal periodo d’imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2019 possono accedere ai benefici fiscali del regime agevolativo docenti/ricercatori impatriati purché abbiano avuto la residenza in un altro Stato ai sensi di una convenzione contro le doppie imposizioni sui redditi per due periodi d’imposta precedenti il predetto trasferimento.
in entrambi i casi di cui sopra, con riferimento ai periodi d’imposta per i quali siano stati notificati atti impositivi ancora impugnabili ovvero oggetto di controversie pendenti in ogni stato e grado del giudizio nonché per i periodi d’imposta per i quali non sono decorsi i termini per l’accertamento, ai cittadini italiani non iscritti all’AIRE rientrati in Italia entro il 31 dicembre 2019 spettano i benefici fiscali nel testo vigente al 31 dicembre 2018, purché abbiano avuto la residenza in un altro Stato ai sensi di una convenzione contro le doppie imposizioni sui redditi per due periodi d’imposta precedenti il trasferimento nel territorio dello Stato.
Le nuove disposizioni introdotte dal Decreto Crescita trovano applicazione nei confronti di quei contribuenti che acquisiscono la residenza fiscale in Italia a partire dal periodo d’imposta 2020.
L’Agenzia delle Entrate ritiene, altresì, che la ratio delle nuove disposizioni sia volta a valorizzare, per i soggetti che non risultano iscritti all’AIRE, la possibilità di comprovare il periodo di residenza all’estero sulla base delle Convenzioni contro le doppie imposizioni, pertanto, la stessa possa trovare applicazione anche per i contribuenti che trasferiscono la residenza fiscale in Italia già nel 2019.
Pertanto, sia i lavoratori impatriati che i docenti ed i ricercatori rientrati fiscalmente in Italia entro il 31 dicembre 2019, hanno la possibilità di usufruire dell’agevolazione fiscale prevista nel testo vigente al 31 dicembre 2018, laddove gli stessi possano dimostrare la residenza fiscale all’estero per i due periodi d’imposta precedenti sulla base delle regole dettate dalle singole Convenzioni internazionali.

Premi di risultato detassati, periodo congruo e definizione degli obiettivi incrementali

La durata del “periodo congruo” è rimessa alla contrattazione di secondo livello e può essere indifferentemente annuale, infrannuale o ultrannuale dal momento che ciò che rileva è che il risultato conseguito dall’azienda in tale periodo sia misurabile e risulti migliore rispetto al risultato antecedente l’inizio del periodo stesso. (AGENZIA DELLE ENTRATE – Risposta 25 giugno 2019, n. 205).

La egge di Stabilità 2016, come modificata nel corso del tempo, prevede misure fiscali agevolative per le retribuzioni premiali, anche in collegamento con la partecipazione dei dipendenti all’organizzazione del lavoro, nonché per lo sviluppo del welfare aziendale.
Con decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze del 25 marzo 2016 (di seguito decreto), pubblicato sul sito istituzionale del Ministero del lavoro in data 16 maggio 2016, di cui è stato dato avviso nella Gazzetta Ufficiale n. 112 del 14 maggio 2016, sono state disciplinate le modalità applicative delle predette disposizioni. Con circolari nn. 28/E del 15 giugno 2016 e 5/E del 29 marzo 2018, redatte d’intesa con il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, sono stati forniti chiarimenti in merito alla disciplina dell’agevolazione in argomento.
In particolare, con la previsione recata dall’articolo 1, comma 182, della l. n. 208 del 2015, come modificato dall’articolo 1, comma 160, lettera a), della l. n. 232 del 2016, è stata introdotta a regime una modalità di tassazione agevolata, consistente nell’applicazione di un’imposta sostitutiva dell’Irpef e delle relative addizionali del 10 per cento”, entro il limite complessivo di 3.000 euro lordi, ai premi di risultato di ammontare variabile, la cui corresponsione sia legata ad incrementi di produttività, redditività, qualità, efficienza e innovazione, misurabili e verificabili sulla base dei criteri definiti con il decreto di cui al comma 188″, ovvero il citato decreto emanato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, di concerto con il Ministero dell’Economia e delle finanze, in data 25 marzo 2016.
L’articolo 2, comma 1, del decreto definisce i premi di risultato come “somme di ammontare variabile la cui corresponsione sia legata ad incrementi di produttività, redditività, qualità, efficienza e innovazione”, individuando al successivo comma 2 – con una elencazione esemplificativa – alcuni criteri di misurazione degli indici incrementali ai quali devono essere commisurati i premi. Il successivo comma 187 dell’articolo 1 della legge di Stabilità 2016 subordina, inoltre, l’applicazione dell’agevolazione alla circostanza che l’erogazione delle somme avvenga “in esecuzione dei contratti aziendali o territoriali di cui all’articolo 51 del decreto legislativo 15 giugno 2015, n. 81”.
Al riguardo, il citato comma 2 dell’articolo 2 del decreto stabilisce, inoltre, che i contratti collettivi aziendali o territoriali “devono prevedere criteri di misurazione e verifica degli incrementi di produttività, redditività, qualità, efficienza e innovazione … rispetto ad un periodo congruo definito dall’accordo, il cui raggiungimento sia verificabile in modo obiettivo attraverso il riscontro di indicatori numerici o di altro genere appositamente individuati”. Quindi, solo al termine del periodo previsto dal contratto (cd. periodo congruo), ovvero di maturazione del premio, deve essere verificato un incremento di produttività, redditività ecc., costituente il presupposto per l’applicazione del regime agevolato.
La durata del “periodo congruo” è rimessa alla contrattazione di secondo livello e può essere indifferentemente annuale, infrannuale o ultrannuale dal momento che ciò che rileva è che il risultato conseguito dall’azienda in tale periodo sia misurabile e risulti migliore rispetto al risultato antecedente l’inizio del periodo stesso. Non è, pertanto, sufficiente che l’obiettivo prefissato dalla contrattazione di secondo livello sia raggiunto, dal momento che è, altresì, necessario che il risultato conseguito dall’azienda risulti incrementale rispetto al risultato antecedente l’inizio del periodo di maturazione del premio. Il requisito incrementale, rilevabile dal confronto tra il valore dell’obiettivo registrato all’inizio del periodo congruo e quello risultante al termine dello stesso, come detto, costituisce una caratteristica essenziale dell’agevolazione, così come prevista dalla legge di Stabilità 2016.

Deducibilità delle somme restituite al soggetto erogatore

Ai fini della deducibilità fiscale, la restituzione delle somme al soggetto erogatore deve essere fatta al lordo delle ritenute operate dallo stesso al momento del pagamento. Se è in essere il rapporto di lavoro dipendente, il datore di lavoro deve calcolare il reddito imponibile al netto delle somme restituite. Se invece il rapporto di lavoro è cessato, la restituzione deve essere attestata con apposita dichiarazione (Agenzia delle Entrate – Risposta a interpello n. 206 del 2019)

Qualora nell’ambito di una controversia di lavoro il dipendente percepisca somme assoggettate a tassazione con ritenute alla fonte, secondo il principio di cassa, e poi con successiva sentenza sia disposta la restituzione al soggetto erogatore perché non dovute, è riconosciuta al dipendente la possibilità di dedurre le somme restituite dal reddito complessivo dell’anno di restituzione, al fine di recuperare le imposte pagate al momento dell’erogazione.
Più precisamente, l’ammontare delle somme restituite al soggetto erogatore in un periodo d’imposta diverso da quello in cui sono state assoggettate a tassazione, anche separata, può essere portato in deduzione dal reddito complessivo nell’anno di restituzione o, se in tutto o in parte non dedotto nel periodo d’imposta di restituzione, nei periodi d’imposta successivi; in alternativa, è possibile chiedere il rimborso dell’imposta corrispondente all’importo non dedotto presentando istanza in carta libera agli uffici territoriali dell’Agenzia delle Entrate entro due anni dalla data di scadenza del termine di presentazione della dichiarazione dei redditi relativa al periodo di imposta nel quale sono state restituite le somme. L’importo da rimborsare è determinato applicando all’intero ammontare delle somme non dedotte l’aliquota corrispondente al primo scaglione di reddito.
Presupposto per la deducibilità è:
– che le somme restituite siano state assoggettate a tassazione;
– che le somme assoggettate a tassazione siano state restituite interamente.
In proposito, l’Agenzia delle Entrate ha precisato che il dipendente deve restituire al soggetto erogatore la somma statuita dal giudice al lordo delle ritenute IRPEF operate in sede di erogazione.
A fronte della restituzione delle somme, qualora il rapporto di lavoro sia ancora in essere, il datore di lavoro (soggetto erogatore) riconosce l’onere deducibile fino alla capienza del reddito di lavoro dipendente, il cui imponibile sarà, pertanto, calcolato al netto della somma restituita dal lavoratore.
Nel caso contrario in cui il rapporto di lavoro fosse cessato, al fine di consentire al dipendente di avvalersi in sede di dichiarazione dell’onere deducibile, il soggetto erogatore deve rilasciare apposita dichiarazione attestante la percezione dell’importo stabilito dal giudice, al lordo delle ritenute IRPEF operate in sede di erogazione delle somme.

Vigilanza dell’Ordine sulla formazione dei commercialisti

Chiarimenti in tema di vigilanza e valutazione delle inadempienze da parte dell’Ordine dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili (CNDCEC – PO 21/2019).

L’Ordine verifica l’assolvimento dell’obbligo di formazione professionale da parte degli iscritti. Tale verifica è svolta ai termine di ogni anno, con riferimento al numero minimo annuale di crediti formativi ed al termine di ogni triennio, con riferimento al numero minimo triennale di crediti formativi.
L’Ordine che abbia omesso di svolgere le verifiche dell’assolvimento dell’obbligo formativo degli iscritti nell’albo entro il termine di legge per la formazione professionale continua, non decade dal potere di comunicare – al termine del triennio – i nominativi degli iscritti inadempienti al Consiglio di Disciplina.

Il medico convenzionato con il SSN non paga l’IRAP

La locazione di uno studio, l’utilizzazione di beni strumentali minimi e la presenza di una segretaria a tempo parziale non integrano l’esercizio di una attività autonomamente organizzata per l’assoggettamento all’Irap (CORTE DI CASSAZIONE – Ordinanza 20 giugno 2019, n. 16572)

Nel caso esaminato dalla Suprema Corte, l’esercente la professione di medico convenzionato con il Servizio sanitario nazionale, presentava richiesta di rimborso dell’Irap versata per gli anni 2005, 2006 e 2007, allegando l’insussistenza del presupposto impositivo costituito dalla autonoma organizzazione. A seguito del silenzio-rifiuto della Agenzia delle Entrate la contribuente proponeva ricorso alla Commissione tributaria provinciale di Vibo Valenzia, che lo accoglieva con sentenza. L’Agenzia delle Entrate proponeva appello, rigettato dalla Commissione tributaria regionale della Calabria con sentenza. Contro la sentenza di appello l’Agenzia delle Entrate propone ricorso per cassazione.
Il ricorso deve essere rigettato. La sentenza impugnata contiene l’esposizione delle ragioni per cui è stata ritenuta l’insussistenza del presupposto impositivo, avendo i giudici di merito rilevato che la locazione di uno studio, l’utilizzazione di beni strumentali minimi e la presenza di una segretaria a tempo parziale non integrano l’esercizio di una attività autonomamente organizzata per l’assoggettamento all’Irap. La motivazione è conforme alla giurisprudenza di questa Corte secondo cui la disponibilità, da parte dei medici di medicina generale convenzionati con il SSN, di uno studio, avente le caratteristiche e dotato delle attrezzature indicate nell’art. 22 dell’Accordo collettivo nazionale per la disciplina dei rapporti con i medici di medicina generale, reso esecutivo con d.P.R. n. 270 del 2000, rientrando nell’ambito del “minimo indispensabile” per l’esercizio dell’attività professionale ed essendo obbligatoria ai fini dell’instaurazione e del mantenimento del rapporto convenzionale, non integra, di per sé, il requisito dell’autonoma organizzazione. Inoltre non costituisce elemento eccedente il requisito organizzativo minimo indispensabile, e quindi non integra il presupposto della autonoma organizzazione, l’utilizzazione di lavoro altrui non superiore all’impiego di un dipendente con mansioni esecutive.