OK al redditometro per anni non consecutivi

Ai fini del redditometro, l’accertamento del Fisco può considerare anche periodi non consecutivi tra loro (Corte di Cassazione – Ordinanza 21 maggio 2018, n. 12397).

La Suprema Corte accoglie il ricorso proposto dall’Agenzia delle Entrate contro la decisione della CTR, in tema di accertamento redditometrico, per una maggiore capacità contributiva accertata dall’ufficio in ragione del possesso di una serie di beni indice.
Per i giudici di appello l’ufficio avrebbe dovuto tener conto degli elementi indicativi della capacità contributiva emersi esclusivamente negli anni oggetto d’accertamento e non anche di quelli emersi negli anni successivi.
Per la ricorrente, invece, la CTR, erroneamente, ha ritenuto illegittimo l’accertamento; inoltre, i giudici d’appello avrebbero omesso di scrutinare il differente fatto “decisivo”, rappresentato dagli ulteriori indicatori di capacità contributiva per gli anni in contestazione, quali la disponibilità di un immobile e i pagamenti effettuati in favore di una collaboratrice familiare.
I motivi sono fondati. Secondo l’orientamento della Cassazione “In tema di accertamento delle imposte sui redditi, l’art. 38 del d.P.R. n. 600 del 1973, nel prevedere che l’ufficio può determinare induttivamente il reddito o il maggior reddito in relazione ad elementi indicativi di capacità contributiva individuati con decreto del Ministero delle Finanze, quando il reddito dichiarato non risulta congruo rispetto ai predetti elementi per due o più periodi di imposta, non richiede che, necessariamente, tali periodi siano consecutivi o anteriori a quello per il quale si effettua l’accertamento.”.
Nel caso di specie, l’ufficio accertatore ha determinato induttivamente il maggior reddito complessivo in relazione agli elementi indicativi di capacità contributiva riferiti agli oneri di gestione di una imbarcazione, gli oneri di gestione dell’immobile adibito ad abitazione secondaria, le ore di servizio prestate da un collaboratore professionale e le quote d’incremento patrimoniale derivanti dalle spese sostenute con il riconoscimento dei disinvestimenti rilevati, secondo una criteriologia consentita dalla normativa vigente ratione temporis, che tendeva ad evidenziare l’esistenza di una ulteriore capacità contributiva che pur esplicatasi negli anni immediatamente successivi a quelli in contestazione era sussistente negli anni oggetto di controversia.

IVA: omessa presentazione della dichiarazione annuale

La Cassazione con l’ordinanza del 3 aprile 2018, n. 8131 ha ribadito che in caso di omessa presentazione della dichiarazione annuale IVA è consentita l’iscrizione a ruolo dell’imposta detratta e la consequenziale emissione di cartella di pagamento.

Nella fattispecie esaminata dalla Corte di Cassazione la Ctr della Campania con sentenza accoglieva l’appello proposto da una società contribuente avverso la sentenza della Ctp di Napoli che ne aveva rigettato i ricorsi contro la comunicazione di irregolarità e la cartella di pagamento IVA.
La Ctr osservava in particolare che la mancata presentazione della dichiarazione IVA per l’anno precedente quello oggetto degli atti riscossivi impugnati non importava la decadenza del diritto di detrazione dell’imposta, a condizione che il credito medesimo emergesse dalle scritture contabili, così come accertava essere avvenuto nel caso di specie, e che comunque il recupero a tassazione non poteva essere attuato mediante detti atti della riscossione, ma soltanto mediante emissione di un atto impositivo. Avverso tale decisione ha proposto ricorso per cassazione l’ Agenzia delle entrate con due motivi; con il primo lamenta la violazione/falsa applicazione degli artt. 36 bis, d.P.R. 600/1973, 54 bis, 60, d.P.R. 633/1972, poiché la Ctr ha affermato la necessità dell’emissione di un avviso di rettifica nel caso, quale pacificamente quello di specie, di contestazione della detrazione IVA a causa dell’omissione della dichiarazione fiscale dell’anno precedente. Con il secondo motivo la ricorrente denuncia di nullità la sentenza impugnata per vizio motivazionale assoluto (motivazione apparente).
Il ricorso viene accolto dalla Cassazione per entrambi i motivi. Al riguardo, la Corte ribadisce che in caso di omessa presentazione della dichiarazione annuale IVA, è consentita l’iscrizione a ruolo dell’imposta detratta e la consequenziale emissione di cartella di pagamento, potendo il fisco operare, con procedure automatizzate, un controllo formale che non tocchi la posizione sostanziale della parte contribuente e sia scevro da profili valutativi e/o estimativi nonché da atti di indagine diversi dal mero raffronto con dati ed elementi dell’anagrafe tributaria, ai sensi degli artt. 54-bis e 60 del d.P.R. n. 633 del 1972, fatta salva, nel successivo giudizio di impugnazione della cartella, l’eventuale dimostrazione, a cura del contribuente, che la deduzione d’imposta, eseguita entro il termine previsto per la presentazione della dichiarazione relativa al secondo anno successivo a quello in cui il diritto è sorto, riguardi acquisti fatti da un soggetto passivo d’imposta, assoggettati ad IVA e finalizzati ad operazioni imponibili.
La sentenza impugnata, con l’affermazione della necessità nel caso di specie dell’emissione di un avviso di rettifica, in luogo degli atti riscossivi impugnati, è univocamente difforme dal principio di diritto di cui a tale arresto giurisprudenziale.
La cassazione, infine, sostiene che la Ctr campana, in ordine all’onere probatorio gravante sul contribuente, si è limitata ad osservare che nella specie la società contribuente ha prodotto copiosa documentazione contabile a supporto della esposizione dei dati contabili. Così motivando, è dunque evidente che la sentenza impugnata concretizza un chiaro esempio di “motivazione apparente” ossia del tutto mancante, ponendosi sicuramente al di sotto del “minimo costituzionale”.
La sentenza impugnata va dunque cassata in relazione ad entrambi i motivi dedotti, con rinvio al giudice a quo per nuovo esame.

Accordo sulle aste telematiche tra economisti e giuristi

Siglato il protocollo di intesa tra Consiglio Nazionale del Notariato, Consiglio Nazionale Forense e Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili per l’accesso alla piattaforma per la gestione delle Aste Telematiche (CNDCEC – Comunicato 18 maggio 2018).

Al fine di garantire ai partecipanti alle aste pubbliche la tutela dei rispettivi interessi attuando procedure uniformi, coordinate, certe ed agili che permettano di perseguire obiettivi di efficienza ed al contempo di economicità potendo servirsi di un unico gestore, l’accordo si propone di rafforzare la collaborazione tra le tre categorie professionali, nell’ambito delle attività che vengono svolte in relazione alle deleghe provenienti dall’Autorità Giudiziaria per lo svolgimento di singole fasi delle procedure giudiziarie.
Nella consapevolezza che la trasformazione digitale delle aste giudiziarie rappresenta un’opportunità per risolvere lentezze ed inefficienze, i tre ordini professionali, attraverso le proprie istituzioni locali, si propongono come sportelli informativi in modo da agevolare al massimo la partecipazione alle aste allargando il mercato sia territorialmente che socialmente.

Accertamento analitico-induttivo per l’attività di odontoiatra

Ai fini della ricostruzione del reddito e dell’accertamento di tipo analitico-induttivo l’Ufficio può verificare il consumo dei guanti monouso utilizzati dal contribuente per la sua attività di odontoiatra, dal momento che esiste una correlazione tra il materiale di consumo utilizzato e gli interventi sui pazienti. (CORTE DI CASSAZIONE – Sez. trib. – Ordinanza 04 maggio 2018, n. 10692).

 

Il contribuente proponeva ricorso per la cassazione della sentenza della Commissione Tributaria Regionale del Lazio;
riferiva che, svolgendo attività di medico odontoiatra, l’Agenzia lo aveva prima invitato a rispondere ad un questionario e a produrre la documentazione contabile relativa all’anno d’imposta 2005 e poi, ricevuta ogni debita documentazione, senza altra interlocuzione gli aveva notificato l’avviso di accertamento con il quale gli contestava, sulla base di elementi presuntivi, un maggior reddito non dichiarato, con conseguente rideterminazione delle imposte ai fini Irpef ed Irap, ed applicazione delle relative sanzioni.
Il contribuente ricorre in Cassazione con le seguenti motivazioni:
– per non aver tenuto conto che la sentenza del giudice di primo grado era stata già notificata all’Ufficio, sicché tardiva era l’impugnazione proposta dalla Agenzia dinanzi alla Commissione regionale;
– per aver erroneamente tenuto conto delle rimanenze al fine della determinazione del reddito del professionista, esercente attività di lavoro autonomo;
– per aver erroneamente tenuto conto della mancata esibizione dello “schedario dei pazienti”;
– per non aver tenuto conto della parte in cui elenca i costi non idonei a determinare una diretta produzione dei ricavi;
– per non aver valutato le precarie condizioni di salute del contribuente ai fini dell’accertamento induttivo del reddito;
– per la violazione dei rapporti di collaborazione e buona fede tra contribuente e fisco.
La Cassazione rigetta il ricorso ritenendo i motivi infondati.
Secondo la Suprema Corte, nella sentenza sono valorizzati gli elementi raccolti dall’ufficio accertatore, e tra questi i prodotti monouso normalmente utilizzati nello studio dentistico del contribuente, ma essi non assumono rilevanza a titolo di rimanenze nel senso tecnico, secondo i principi di determinazione del reddito d’impresa, ma solo quali elementi di un più ampio quadro indiziario, soppesati dal giudice regionale ai soli fini dell’accertamento induttivo del reddito del contribuente.
Il percorso argomentativo della sentenza non si fonda esclusivamente sui requisiti presi in esame ai fini degli studi di settore. I passaggi della motivazione del giudice regionale evidenziano un giudizio complessivo che mette insieme più dati, offerti dalla difesa dell’Ufficio e ritenuti convincenti. In particolare la sentenza fa riferimento alla mancanza di prodotti monouso come gli aspirasaliva e i guanti monouso, ma anche alla rilevata – e ritenuta ingiustificata – percentuale di incidenza dei costi (66%) sui ricavi, contro una media ben più contenuta. Si tratta di elementi indiziari, che evidentemente la Commissione regionale ha reputato gravi, precisi e concordanti. D’altronde la valorizzazione di elementi di consumo monouso non è affatto inibita al giudice, che non è neppure obbligato a seguire le Circolari della Agenzia, non costituenti fonte normativa, potendo al contrario attribuirne rilevanza probatoria nel contesto di un più complesso quadro induttivo.

Cessione Ecobonus: nuovi criteri per la cessione del credito

Con la Circolare n. 11/E del 18 maggio 2018, l’Agenzia delle Entrate definisce in modo più specifico l’identikit dei soggetti ai quali è possibile cedere il credito corrispondente alla detrazione d’imposta riconosciuta per gli interventi di riqualificazione energetica degli edifici e fornisce ulteriori chiarimenti, anche in considerazione delle modifiche introdotte dalla Legge di Bilancio 2018.

Con riferimento alle spese sostenute dal 1° gennaio 2017 al 31 dicembre 2021 per interventi di riqualificazione energetica effettuati su edifici esistenti, parti di edifici esistenti o singole unità immobiliari è riconosciuta una detrazione d’imposta – cd. “Ecobonus”, fruibile in dieci rate annuali.
A decorrere dal 1° gennaio 2018, la detrazione è riconosciuta anche in favore degli Enti aventi le stesse finalità sociali degli IACP, istituiti nella forma di società, che rispondono ai requisiti della legislazione europea in materia di “in house providing” e che siano state costituite e operanti alla data del 31 dicembre 2013, per interventi di efficienza energetica realizzati su immobili di loro proprietà ovvero gestiti per conto dei Comuni, adibiti ad edilizia residenziale pubblica, nonché alle Cooperative di abitazione a proprietà indivisa per interventi realizzati su immobili dalle stesse posseduti e assegnati in godimento ai propri soci.
È riconosciuta la possibilità di cedere il credito corrispondente all’Ecobonus maturato, in luogo dell’utilizzo a scomputo delle imposte, nei confronti dei fornitori che hanno effettuato gli interventi agevolati o di altri privati; tuttavia la cessione diretta a banche e intermediari / società finanziarie è consentita esclusivamente ai contribuenti cd. “no tax area”.

CHIARIMENTI DEL FISCO

Con riferimento all’Ecobonus maturato nel 2017, la suddetta cessione è limitata al credito riguardante gli interventi di riqualificazione energetica effettuati su parti comuni di edifici condominiali.
A decorrere dal 1° gennaio 2018, in particolare per gli interventi agevolabili effettuati da tale data, la possibilità di cessione dell’Ecobonus è estesa anche agli interventi di riqualificazione energetica riguardanti le singole unità immobiliari.
In relazione alla possibilità di cessione dell’Ecobonus, tenuto conto anche delle novità introdotte dal 2018, l’Agenzia delle Entrate ha fornito i segeunti chiarimenti:
– la cessione del credito può essere effettuata nei confronti, sia dei fornitori che hanno effettuato gli interventi agevolati, sia di altri soggetti privati; questi ultimi purchè siano collegati al rapporto che ha dato origine alla detrazione (ad esempio, altri soggetti titolari delle detrazioni spettanti per i medesimi interventi condominiali, altre società appartenenti al gruppo di quelle che hanno effettuato gli interventi);
– è ammessa un’unica cessione successiva a quella effettuata dal contribuente titolare originario del credito ceduto;
– è vietata la cessione diretta nei confronti di banche e intermediari / società finanziarie, intendendosi non solo i soggetti autorizzati dalla Banca d’Italia, ma anche tutte le società classificabili, ai fini dei conti nazionali, nel settore delle società finanziarie, i cui crediti nei confronti dello Stato inciderebbero sull’indebitamento netto e sul debito pubblico per l’importo del credito ceduto (ad esempio, i Confidi con volumi di attività pari o superiori ai 150 milioni di euro, le società fiduciarie, i Servicer delle operazioni di cartolarizzazione, le Società di cartolarizzazione);
– esclusivamente per i contribuenti rientranti nella cd. “no tax area” la cessione è ammessa anche nei confronti di banche e intermediari finanziari;
– la cessione è ammessa nei confronti degli organismi associativi (compresi i consorzi e le società consortili), delle Energy Service Companies – cd. “ESCO (società che effettuano interventi per l’efficientamento energetico, accettando il rischio finanziario), e delle Società di Servizi Energetici – cd. “Sse” (società che offrono servizi integrati per la realizzazione e l’eventuale successiva gestione degli interventi di risparmio energetico);
– la cessione è ammessa anche per il credito corrispondente alla detrazione per gli interventi sulle parti comuni degli edifici condominiali abbinati a quelli di messa in sicurezza antisismica e a quelli di riqualificazione energetica.
L’Agenzia delle Entrate chiarisce che nel rispetto delle disposizoni di tutela dell’affidamento, sono fatti salvi i comportamenti, antecedenti all’emenazione della circolare, che risultino difformi alle indicazioni fornite, tenuti nel rispetto delle regole di cessione dell’Ecobonus stabilite dal Provvedimento n. 165110/2017, e in particolare le cessioni del credito effettuare nei confronti di altri soggetti privati non collegati al rapporto che ha dato origine alla detrazione.

TABELLA DI RIEPILOGO

INTERVENTI SU PARTI COMUNI DEI CONDOMINI O SU SINGOLE UNITA’ IMMOBILIARI

ALIQUOTA DI DETRAZIONE

CESSIONE DEL CREDITO

CESSIONARI AMMISSIBILI

Serramenti e infissi, Schermature solari, Caldaie a biomassa, Caldaie condensazione Classe A 50% SI Fornitori e altri soggetti privati (compresi banche e intermediari finanziari, ma solo per soggetti no tax area)
Caldaie condensazione Classe A + sistema termoregolazione evoluto, Pompe di calore, Scaldacqua a PDC, Coibentazione involucro, Collettori solari, Generatori ibridi, Sistemi building automation, Microcogeneratori 65% SI Fornitori e altri soggetti privati (compresi banche e intermediari finanziari, ma solo per soggetti no tax area)
Coibentazione involucro con superficie interessata >25% della superfice disperdente 70% SI Fornitori e altri soggetti privati (compresi banche e intermediari finanziari, ma solo per soggetti no tax area)
coibentazione involucro con superficie interessata >25% della superfice disperdente + qualità media dell’involucro 75% SI Fornitori e altri soggetti privati (compresi banche e intermediari finanziari, ma solo per soggetti no tax area)
Coibentazione involucro con superficie interessata >25% della superfice disperdente + riduzione 1 classe rischio sismico 80% SI Fornitori e altri soggetti privati (compresi banche e intermediari finanziari, ma solo per soggetti no tax area)
Coibentazione involucro con superficie interessata >25% della superfice disperdente + riduzione 1 classe rischio sismico 85% SI Fornitori e altri soggetti privati (compresi banche e intermediari finanziari, ma solo per soggetti no tax area)