Fondazioni bancarie: via libera all’utilizzo del credito d’imposta

Con la Risoluzione n. 142/E del 20 novembre 2017, l’Agenzia delle Entrate ha istituito il codice tributo per consentire alle Fondazioni bancarie, l’utilizzo in compensazione, tramite modello F24, del credito d’imposta riconosciuto in relazione ai versamenti effettuati in favore dei fondi speciali per il volontariato istituiti presso le regioni.

CREDITO D’IMPOSTA ALLE FONDAZIONI BANCARIE

Per l’anno 2017, è riconosciuto in favore delle “Fondazioni bancarie” un credito d’imposta pari al 100% dei versamenti volontari effettuati, nell’ambito della propria attività istituzionale, in favore dei fondi speciali istituiti presso le regioni al fine di realizzare, per il tramite degli enti locali, centri di servizio a disposizione delle organizzazioni di volontariato, e da queste gestiti con la funzione di sostenerne e qualificarne l’attività.
Il credito d’imposta matura in relazione ai versamenti effettuati sull’apposito conto corrente acceso dall’Associazione di fondazioni e di Casse di risparmio Spa (ACRI) da destinare, in aggiunta a quelli previsti per legge, ai predetti fondi di sostegno al volontariato.
Il credito d’imposta è riconosciuto dall’Agenzia delle Entrate, con apposito provvedimento, sulla base dell’elenco formato dall’ACRI, contenente l’elenco delle Fondazioni bancarie che hanno depositato presso la predetta associazione le delibere di impegno irrevocabile ad effettuare i versamenti volontari in favore dei fondi speciali.
L’Agenzia delle Entrate determina l’ammontare del credito di imposta spettante a ciascuna fondazione, secondo l’ordine cronologico di presentazione delle delibere di impegno e nel limite massimo delle risorse disponibili (pari a 10 milioni di euro).

MODALITÀ DI FRUIZIONE DEL CREDITO D’IMPOSTA SPETTANTE

Il credito di imposta riconosciuto dall’Agenzia delle Entrate può essere utilizzato:
– esclusivamente in compensazione tramite modello F24;
– a decorrere dal periodo d’imposta nel quale lo stesso è stato riconosciuto;
– solo in seguito alla trasmissione da parte dell’ACRI all’Agenzia delle Entrate della comunicazione contenente l’elenco delle fondazioni finanziatrici che hanno versato le somme promesse ed il relativo ammontare. L’utilizzo precedente tale comunicazione determina il rifiuto dell’operazione di versamento.

Ai fini dell’utilizzo in compensazione, il modello F24 deve essere presentato esclusivamente attraverso i servizi telematici messi a disposizione dall’Agenzia delle Entrate (ENTRATEL o FISCONLINE).
In sede di compilazione del modello F24, il credito d’imposta deve essere segnato nella sezione “ERARIO” con il codice tributo “6880”, indicando nel campo “anno di riferimento” quello di riconoscimento del credito d’imposta.

Il credito d’imposta non è soggetto alla disciplina sui limiti annuali all’utilizzo dei crediti in compensazione:
– 250.000 euro annui, per i crediti d’imposta da indicare nel quadro RU della dichiarazione dei redditi;
– 700.000 euro per ciascun anno solare, con riferimento ai crediti di imposta e dei contributi compensabili tramite modello F24.

L’ammontare del credito d’imposta riconosciuto deve essere indicato nella dichiarazione dei redditi relativa al periodo di imposta di riconoscimento e nelle dichiarazioni dei redditi relative ai periodi di imposta successivi nei quali è utilizzato.
È riconosciuta, inoltre, la possibilità di cedere il credito d’imposta attribuito dall’Agenzia delle Entrate a intermediari bancari, finanziari e assicurativi, i quali possono utilizzarlo in compensazione con le stesse modalità e condizioni applicabili al cedente.

Errato inquadramento previdenziale da inesatte comunicazioni: rilevano anche quelle dirette ad altri fini

Sebbene i provvedimenti d’ufficio di variazione della classificazione dei datori di lavoro ai fini previdenziali hanno effetto retroattivo laddove l’inquadramento iniziale sia stato determinato da inesatte dichiarazioni del datore di lavoro, tali inesatte dichiarazioni (positive o omissive), vanno riferite ad una qualsiasi comunicazione in base alla quale sia evincibile la classificazione.

Il caso giudiziario in esame riguarda un ricorso in appello presentato dall’Inps avverso la sentenza del Giudice di prime cure che aveva accolto l’opposizione di due lavoratori soci accomandatari, contro la cartella esattoriale recante contributi previdenziali omessi, dovuti in ragione del mutamento d’ufficio della classificazione della società da artigiana ad industriale, con decorrenza retroattiva dal 1° settembre 2004, in conseguenza della variazione numero dei dipendenti.
La Corte d’appello aveva rigettato tale impugnazione, sostenendo che nessuna disposizione di legge imponeva alle aziende di effettuare specifiche dichiarazioni destinate al fine esclusivo di consentire all’Inps la verifica dei presupposti per la classificazione dell’impresa.
Ricorreva così in Cassazione l’Istituto previdenziale lamentando che la mera indicazione nelle denunce mensili di un numero di lavoratori superiori in via teorica al numero massimo non può comportare una modificazione automatica da parte dell’Inps dell’inquadramento da artigiano a industria, essendo peraltro necessario verificare se non esista una delle ipotesi eccettuative previste.
Per la Suprema Corte il ricorso è infondato. Difatti, i provvedimenti adottati d’ufficio dall’Inps di variazione della classificazione dei datori di lavoro ai fini previdenziali, con il conseguente trasferimento nel settore economico corrispondente alla effettiva attività svolta, producono effetti dal periodo di paga in corso alla data di notifica del provvedimento di variazione, con esclusione dei casi in cui l’inquadramento iniziale sia stato determinato da inesatte dichiarazioni del datore di lavoro. Orbene, seppur la legge prevede l’effetto retroattivo della variazione nei casi in cui l’inquadramento iniziale sia stato determinato da inesatte dichiarazioni del datore di lavoro, tali inesatte dichiarazioni (positive o omissive), da cui possono derivare gli effetti retroattivi del provvedimento di variazione, vanno riferite ad una qualsiasi comunicazione in base alla quale sia evincibile la classificazione.

Voucher digitalizzazione PMI: il Mise risponde (2/2)

Il Ministero dello sviluppo economico con le FAQ del 17 Novembre 2017 fornisce alcuni chiarimenti sulle agevolazioni concedibili nell’ambito dei voucher per la digitalizzazione delle PMI

Ammontare del voucher

Il Voucher viene concesso in via definitiva per un ammontare non superiore al 50% delle spese ritenute ammissibili a seguito dello svolgimento della prevista attività istruttoria e nel limite dell’importo stabilito.
Il Voucher per la digitalizzazione delle PMI non è cumulabile con altri contributi pubblici concessi a valere sugli stessi costi ammessi che si configurano come aiuti di Stato (come ad esempio la Nuova Sabatini).

Annullamento dell’imposta di bollo

Il soggetto che presenta la domanda di agevolazioni assolve l’obbligo relativo all’imposta di bollo provvedendo ad annullare una marca da bollo di importo pari a 16,00 euro e riportando il numero identificativo della stessa nell’apposita sezione del modulo di domanda. Con l’espressione annullamento della marca da bollo si fa riferimento al disposto dell’art. 12 del DPR n. 642/72, secondo il quale: “l’annullamento delle marche deve avvenire mediante perforazione o apposizione della sottoscrizione o della data o di un timbro”. La marca da bollo deve essere conservata in originale presso la propria sede o uffici per eventuali successivi controlli.

Modalità di presentazione delle domande

La domanda di agevolazioni deve essere compilata esclusivamente attraverso la procedura informatica accessibile nella sezione “Voucher digitalizzazione” del sito web del Ministero (www.mise.gov.it). Questa procedura consente di verificare se la compilazione delle varie sezioni del modulo di domanda è avvenuta correttamente oppure se vi sono errori o informazioni mancanti. Allorché la procedura di compilazione sarà ultimata l’impresa potrà scaricare il modulo in formato “.pdf” per apporre la firma digitale e successivamente potrà caricare il modulo firmato sul sistema per procedere all’invio dell’istanza.
La procedura informatica per la presentazione delle domande prevede che l’autenticazione dell’utente sia effettuata utilizzando un dispositivo di tipo CNS (Carta nazionale dei servizi). I certificati accettati sono quelli emessi da un certificatore accreditato riconosciuto dall’AGID come ente emittente di certificati di autenticazione e il suddetto certificato deve essere valido (non scaduto).

Firma digitale del rappresentante

I consulenti esterni all’impresa non possono essere delegati da quest’ultima a presentare la domanda di agevolazione, per presentare la domanda l’impresa deve disporre della firma digitale del legale rappresentante o di un suo delegato all’interno della sua organizzazione.

Prospetto dei dati certificati dal Registro imprese

Alla domanda di accesso alle agevolazioni deve essere allegato esclusivamente il prospetto dei dati certificati dal Registro imprese (generato automaticamente dalla procedura informatica) e, nel caso l’impresa proponente sia associata/collegata, il prospetto recante i dati per il calcolo della dimensione d’impresa, redatto utilizzando l’apposito modello che sarà disponibile nella sezione del sito www.mise.gov.it dedicata al “Voucher digitalizzazione”.

Licenziamento: mail offensive dal pc aziendale

Il licenziamento del lavoratore che, attraverso la mail aziendale, utilizza espressioni scurrili nei confronti del legale rappresentante di un’impresa e dei suoi collaboratori è da considerarsi legittimo per violazione dell’elemento fiduciario.

Il lavoratore nel caso di specie – sottoposto alla Corte di Cassazione – aveva inviato, dal computer aziendale, alcune mail caratterizzate da espressioni scurrili nei confronti del legale rappresentante della società e di altri collaboratori, qualificandoli di inettitudine e scorrettezza con l’uso di espressioni inurbane.
Fra i motivi di impugnazione, il ricorrente lamenta la mancata affissione del codice disciplinare: la società “non aveva adottato alcun regolamento disciplinare per l’utilizzo di sistemi informatici e di posta elettronica, sicché non era in alcun modo regolamentato l’utilizzo da parte del lavoratore degli indirizzi di posta elettronica assegnati”.
La doglianza, oltre ad essere inammissibile per come è formulata in quanto non specifica quale sarebbe il fatto decisivo di cui sarebbe stato omesso l’esame, è infondata, per il primo aspetto, in considerazione del costante insegnamento secondo cui in tema di sanzioni disciplinari, la garanzia di pubblicità del codice disciplinare mediante affissione in luogo accessibile a tutti non si applica laddove il licenziamento faccia riferimento a situazioni concretanti violazione dei doveri fondamentali connessi al rapporto di lavoro, come accaduto nella specie.
Quanto poi alla mancata predisposizione di un regolamento aziendale per l’utilizzo della posta elettronica, il rilievo sul punto appare inconferente visto che nella valutazione della Corte territoriale il venir meno del vincolo fiduciario con il dipendente è stato determinato dall’uso reiterato “di espressioni scurrili nei confronti del legale rappresentante della società e di altri collaboratori, qualificandoli di inettitudine e scorrettezza con l’uso di espressioni inurbane” piuttosto che nell’uso della posta elettronica da postazione aziendale; in altre parole il dipendente non è stato licenziato per aver utilizzato al di fuori delle esigenze lavorative la casella di posta avuta in dotazione dalla società, bensì per il contenuto offensivo delle “e-mail” riguardanti vertici e collaboratori dell’azienda.
In ordine alle “eccezioni formali sollevate dal lavoratore circa le modalità di acquisizione del testo dei messaggi di posta elettronica”, la Cassazione conferma che la Corte di Appello ha premesso “come non sia contestato che fosse prassi nota la duplicazione periodica di tutti i dati contenuti nei computer aziendali” e che “la prova testimoniale conferma che la lettura di detti file è stata imposta dall’anomalia segnalata dall’amministratore di sistema, il quale l’aveva imputata proprio al tentativo di cancellazione dei file che il sistema conservava, inclusi i messaggi di posta elettronica”. La Corte ne ha tratto il convincimento che non si era trattato “dell’effettuazione di controlli finalizzati all’esatto adempimento dell’obbligazione lavorativa e, a rigore, nemmeno inizialmente destinati all’effettuazione di un controllo di tipo difensivo”, “bensì dell’acquisizione di un dato registrato dalle apparecchiature aziendali, della cui conservazione e duplicazione il lavoratore era al corrente, e la cui lettura era giustificata dall’emergenza di un comportamento inteso ad eludere tale nota prassi e tale da far ragionevolmente insorgere il sospetto dell’effettuazione di condotte lesive di beni sostanzialmente estranei all’adempimento delle obbligazioni lavorative, ma intesi alla difesa di altri beni (in primo luogo l’immagine dell’impresa e la doverosa tutela della dignità di altri lavoratori)”.
Pertanto, considerato che l’acquisizione dei dati era stata effettuata con modalità non eccedenti rispetto alle finalità del controllo e, quindi, nell’osservanza dei criteri di proporzionalità, correttezza e pertinenza; che non sono stati rilevati elementi dai quali desumere che il datore di lavoro avrebbe potuto utilizzare misure e metodi meno invasivi per raggiungere l’obiettivo perseguito, il ricorso del dipendente è stato respinto.

Agevolazioni per lavoratori qualificati che rientrano in Italia

Nel testo definitivo del cd. “DL Fiscale”, come risulta dall’emendamento approvato in Senato, trova spazio anche una sorta di correzione della disciplina agevolativa in favore del lavoratori qualificati residenti all’estero che hanno trasferito la residenza fiscale in Italia, con la previsione di una misura che determina una riduzione delle imposte liquidate per il 2016 e la conseguente restituzione delle imposte in eccesso già versate

Nel 2015, con il cd. “decreto crescita e internazionalizzazione delle imprese”, è stata effettuata una specie di staffetta tra due regimi fiscali agevolati in favore di lavoratori qualificati residenti all’estero che decidono di trasferire la residenza fiscale in Italia:
– “regime fiscale per il rientro dei lavoratori in Italia”, applicabile dal 2011 al 2017;
– “regime fiscale dei lavoratori impatriati”, applicabile dal 2016 al 2020.
Come si notare i due regimi fiscali, per le annualità 2016 e 2017, si sovrappongono.
In realtà, con l’introduzione del “regime fiscale dei lavoratori impatriati” è stato, sostanzialmente, esteso il precedente “regime fiscale per il rientro dei lavoratori in Italia”, contemperando però l’estensione, con una contemporanea riduzione della misura dei benefici, peraltro accompagnata da un ampliamento della platea e una semplificazione delle condizioni di permanenza dei benefici medesimi.

REGIME FISCALE AGEVOLATO “PER IL RIENTRO DEI LAVORATORI IN ITALIA”

Il regime fiscale agevolato “per il rientro dei lavoratori in Italia” è riservato ai laureati, cittadini UE, che hanno svolto attività di lavoro dipendente, autonomo o d’impresa all’estero o agli studenti che hanno conseguito all’estero un titolo accademico o specializzazione post laurea, e decidono di stabilire la residenza fiscale e continuare il proprio lavoro in Italia.
In base al regime agevolato, il reddito da lavoro dipendente, autonomo o di impresa prodotto in Italia è imponibile, ai fini delle imposte sul reddito, nella misura del 20% per le donne e nella misura del 30% per gli uomini.
Il regime agevolato è applicabile fino al 2017.
Per poter beneficiare dell’esenzione i soggetti devono essere in possesso dei seguenti requisiti:
– aver risieduto per 24 mesi in Italia prima dell’espatrio;
– essere laureati e aver svolto attività di lavoro dipendente, autonomo o di impresa all’estero per 24 mesi, ovvero aver studiato all’estero per 24 mesi e aver conseguito un titolo accademico;
– trasferire la residenza anagrafica in Italia entro 3 mesi dall’assunzione o dall’avvio dell’attività;
– svolgere in Italia attività di lavoro dipendente, autonomo o d’impresa.
È prevista la decadenza dai benefici se la residenza viene spostata all’estero prima di 5 anni dal rientro.

REGIME FISCALE DEI “LAVORATORI IMPATRIATI”

Il regime fiscale agevolato “dei lavoratori impatriati” prevede, invece, che il reddito prodotto in Italia è imponibile, ai fini delle imposte sui redditi, nella misura del 70% per l’anno di imposta 2016 e nella misura del 50% a partire dall’anno di imposta 2017.
Per l’anno 2016 è agevolabile solo il reddito di lavoro dipendente. A partire dall’anno 2017 è agevolabile il reddito di lavoro dipendente e autonomo.
L’agevolazione è applicabile per un massimo di 5 anni decorrenti dall’anno di trasferimento della residenza fiscale in Italia, è decade in caso di spostamento della residenza all’estero prima di 2 anni dal rientro.
Sotto il profilo soggettivo l’agevolazione è riconosciuta:
– per il 2016, solo ai cittadini UE, e a partire dal 2017 anche ai cittadini di Stati extra UE con i quali sia in vigore una convenzione contro le doppie imposizioni o un accordo sullo scambio di informazioni fiscali, laureati e che hanno svolto attività di lavoro dipendente, autonomo o di impresa all’estero per 24 mesi, ovvero che hanno studiato all’estero per 24 mesi e hanno conseguito un titolo accademico;
– a tutti i soggetti, cittadini e non dell’UE, anche non laureati, che trasferiscono in Italia la residenza fiscale a decorrere dall’anno 2016, che non siano stati residenti in Italia nei 5 periodi di imposta precedenti rimpatrio, che prestino l’attività lavorativa per almeno 183 giorni per ciascun anno di imposta, e se dipendenti, lavorino presso un impresa residente, anche in forza di distacco da impresa estera, rivestendo ruoli direttivi o essendo in possesso di requisiti di elevata qualificazione o specializzazione.

OPZIONE DA UN REGIME ALL’ALTRO

Il regime fiscale agevolato dei “lavoratori impatriati” prevede, per i soggetti aventi i requisiti per beneficiare del regime fiscale agevolato “per il rientro dei lavoratori in Italia” che si sono trasferiti in Italia entro il 31/12/2015, la possibilità di optare per il nuovo regime fiscale agevolato che, da un lato gli consente di beneficiare della detassazione per 5 anni, mentre la prima è applicabile fino al 2017, ma dall’altro lato riconosce un livello di esenzione minore (il reddito prodotto in Italia è imponibile nella misura del 70% per l’anno di imposta 2016 e nella misura del 50% a partire dall’anno di imposta 2017).
Ora il DL fiscale, stabilisce che l’opzione produce effetti per il quadriennio 2017-2020; questo significa che per il 2016 i soggetti che hanno legittimamente esercitato l’opzione, devono assoggettare ad imposizione il reddito da lavoro dipendente, autonomo o di impresa prodotto in Italia in misura minore: 20% se sono donne, 30% se sono uomini. A decorrere dall’anno d’imposta 2017, fino al 2020, gli stessi soggetti devono assoggettare a imposizione il 50% del reddito da lavoro dipendente, autonomo o di impresa prodotto in Italia.
Considerato che la disposizione entrerà in vigore, con la pubblicazione in gazzetta ufficiale della legge di conversione del DL fiscale, dopo che sono stati effettuati gli adempimenti dichiarativi previsti per l’anno 2016, un provvedimento dell’Agenzia delle Entrate stabilirà le modalità per ottenere il rimborso delle imposte versate in misura maggiore a quanto dovuto.