La sola qualifica di socio accomandatario non obbliga alla contribuzione commercianti

Con la recente Ordinanza n. 12331 del 18 maggio 2018, la Corte di Cassazione ha affermato il principio secondo il quale, la qualità di socio accomandatario non è sufficiente a far sorgere l’obbligo di iscrizione alla gestione previdenziale dei commercianti se non c’è partecipazione personale e abituale al lavoro dell’azienda. Obbligo di contribuzione escluso, inoltre, se la società svolge unicamente attività di locazione di immobili propri.

FATTO

L’INPS ha contestato il mancato pagamento dei contributi previdenziali relativi alla gestione commercianti, al socio di una società in accomandita semplice che svolge attività di locazione di immobili propri, in relazione alla qualifica di socio accomandatario.
La Corte d’Appello ha confermato l’illegittimità della pretesa contributiva, sul rilievo che non erano emerse ulteriori attività oltre quella dell’affitto di un immobile di proprietà della società e che detta attività non configura un’attività economica organizzata qualificabile come imprenditoriale e, pertanto, non rientra tra le attività “commerciali” per cui ricorre l’obbligo di contribuzione alla gestione commercianti.

DECISIONE DELLA CASSAZIONE

Su ricorso dell’INPS i giudici della Suprema Corte hanno confermato la decisione della Corte di Appello, e dunque l’illegittimità della pretesa contributiva, sottolineando che:
– il presupposto imprescindibile per l’iscrizione alla gestione commercianti è lo svolgimento di un’attività commerciale;
– secondo consolidato orientamento della giurisprudenza di Cassazione la società di persone che svolga una attività destinata alla locazione di immobili di sua proprietà e che si limiti a percepire i relativi canoni di locazione non svolge un’attività commerciale ai fini previdenziali (a meno che detta attività non si inserisca in una più ampia attività di prestazione di servizi quale l’attività di intermediazione immobiliare);
– dovendosi considerare lo svolgimento in concreto di un’attività commerciale non rileva il contenuto dell’oggetto sociale;
– in generale, con riferimento alle Società in Accomandita Semplice, la qualità di “socio accomandatario” non è sufficiente a far sorgere l’obbligo di iscrizione nella gestione assicurativa degli esercenti attività commerciali, essendo necessaria anche la partecipazione personale al lavoro aziendale, con carattere di abitualità e prevalenza, la cui ricorrenza deve essere provata dall’istituto assicuratore.

Verbali di conciliazione in sede sindacale, per il deposito non serve la rappresentatività

L’Ispettorato nazionale del lavoro fornisce chiarimenti in merito alla legittimazione delle organizzazioni sindacali ad assistere i lavoratori in sede di conciliazione sindacale.

Come noto, in caso di conciliazione avvenuta in sede sindacale, il relativo processo verbale va depositato presso l’Ufficio territoriale del lavoro a cura di una delle parti o per il tramite di un’associazione sindacale. Il Direttore, o un suo delegato, dopo averne accertata l’autenticità, provvede a depositarlo nella Cancelleria del Tribunale nella cui circoscrizione è stato redatto. Di qui, la possibilità di ottenere, su istanza della parte interessata, il decreto di esecutività.
Presupposto fondamentale della conciliazione sindacale è la circostanza che l’accordo sia autentico e raggiunto con una assistenza effettiva del lavoratore da parte di esponenti della propria organizzazione sindacale, cioè di quella alla quale egli ha ritenuto di affidarsi.
Orbene, con un precedente parere rilasciato dalla competente Direzione del Ministero del lavoro e politiche sociali, si era specificato che, ai fini del deposito del verbale presso l’Ufficio territoriale, il soggetto sindacale dovesse risultare in possesso di elementi di specifica rappresentatività. Tuttavia, l’indicazione va interpretata alla luce della disposizione normativa per cui la conciliazione e l’arbitrato possono essere svolti, altresì, presso le sedi e con le modalità previste dai contratti collettivi sottoscritti dalle associazioni sindacali maggiormente rappresentative. In sostanza, la norma consente la previsione, in sede contrattuale, di una specifica procedura di conciliazione esclusivamente alle associazioni sindacali dotate del requisito della maggiore rappresentatività.

IVA: omessa presentazione della dichiarazione annuale

La Cassazione con l’ordinanza del 3 aprile 2018, n. 8131 ha ribadito che in caso di omessa presentazione della dichiarazione annuale IVA è consentita l’iscrizione a ruolo dell’imposta detratta e la consequenziale emissione di cartella di pagamento.

Nella fattispecie esaminata dalla Corte di Cassazione la Ctr della Campania con sentenza accoglieva l’appello proposto da una società contribuente avverso la sentenza della Ctp di Napoli che ne aveva rigettato i ricorsi contro la comunicazione di irregolarità e la cartella di pagamento IVA.
La Ctr osservava in particolare che la mancata presentazione della dichiarazione IVA per l’anno precedente quello oggetto degli atti riscossivi impugnati non importava la decadenza del diritto di detrazione dell’imposta, a condizione che il credito medesimo emergesse dalle scritture contabili, così come accertava essere avvenuto nel caso di specie, e che comunque il recupero a tassazione non poteva essere attuato mediante detti atti della riscossione, ma soltanto mediante emissione di un atto impositivo. Avverso tale decisione ha proposto ricorso per cassazione l’ Agenzia delle entrate con due motivi; con il primo lamenta la violazione/falsa applicazione degli artt. 36 bis, d.P.R. 600/1973, 54 bis, 60, d.P.R. 633/1972, poiché la Ctr ha affermato la necessità dell’emissione di un avviso di rettifica nel caso, quale pacificamente quello di specie, di contestazione della detrazione IVA a causa dell’omissione della dichiarazione fiscale dell’anno precedente. Con il secondo motivo la ricorrente denuncia di nullità la sentenza impugnata per vizio motivazionale assoluto (motivazione apparente).
Il ricorso viene accolto dalla Cassazione per entrambi i motivi. Al riguardo, la Corte ribadisce che in caso di omessa presentazione della dichiarazione annuale IVA, è consentita l’iscrizione a ruolo dell’imposta detratta e la consequenziale emissione di cartella di pagamento, potendo il fisco operare, con procedure automatizzate, un controllo formale che non tocchi la posizione sostanziale della parte contribuente e sia scevro da profili valutativi e/o estimativi nonché da atti di indagine diversi dal mero raffronto con dati ed elementi dell’anagrafe tributaria, ai sensi degli artt. 54-bis e 60 del d.P.R. n. 633 del 1972, fatta salva, nel successivo giudizio di impugnazione della cartella, l’eventuale dimostrazione, a cura del contribuente, che la deduzione d’imposta, eseguita entro il termine previsto per la presentazione della dichiarazione relativa al secondo anno successivo a quello in cui il diritto è sorto, riguardi acquisti fatti da un soggetto passivo d’imposta, assoggettati ad IVA e finalizzati ad operazioni imponibili.
La sentenza impugnata, con l’affermazione della necessità nel caso di specie dell’emissione di un avviso di rettifica, in luogo degli atti riscossivi impugnati, è univocamente difforme dal principio di diritto di cui a tale arresto giurisprudenziale.
La cassazione, infine, sostiene che la Ctr campana, in ordine all’onere probatorio gravante sul contribuente, si è limitata ad osservare che nella specie la società contribuente ha prodotto copiosa documentazione contabile a supporto della esposizione dei dati contabili. Così motivando, è dunque evidente che la sentenza impugnata concretizza un chiaro esempio di “motivazione apparente” ossia del tutto mancante, ponendosi sicuramente al di sotto del “minimo costituzionale”.
La sentenza impugnata va dunque cassata in relazione ad entrambi i motivi dedotti, con rinvio al giudice a quo per nuovo esame.

Edilizia Viterbo: nuove tabelle contributive

Aggiornata la contribuzioni della Provincia di Viterbo per gli addetti alle piccole e medie imprese dell’industria, dell’artigianato e della cooperazione

L’aggiornamento decorre dal 1° febbraio 2018 e riguarda le imprese artigiane e le piccole e medie imprese del territorio.

IMPRESE ARTIGIANE

Validità da febbraio 2018

descrizione contributo

contributo totale

quota lavoratore

quota impresa

CONTRIBUTO DI GESTIONE 2,5000 0,4200 2,0800
FONDO INTEGRATIVO ASSISTENZE 0,1000 0,0000 0,1200
LAVORI USURANTI 0,9000 0,0000 0,1000
QUOTE DI SERVIZIO NAZIONALI 0,3700 0,1850 0,1850
QUOTE DI SERVIZIO PROVINCIALI 1,5000 0,7500 0,7500
CONTRIBUTO R.L.S.T. 0,3000 0,0000 0,3000
CONTRIBUTO CAF 0,1000 0,0000 0,1000
PREVENZIONE E FORMAZIONE 0,3000 0,0000 0,3000
APE 0,3000 0,0000 3,4000
TOTALE CONTRIBUTI 9,7700 1,3550 8,4150

 

PICCOLE E MEDIE IMPRESE

Validità da febbraio 2018

descrizione contributo

contributo totale

quota lavoratore

quota impresa

CONTRIBUTO DI GESTIONE 2,5000 0,4200 2,0800
FONDO INTEGRATIVO ASSISTENZE 0,2000 0,0000 0,2000
LAVORI USURANTI 0,1000 0,0000 0,1000
CONTRIBUTO R.L.S. 0,3000 0,0000 0,3000
CONTRIBUTO CAF 0,1000 0,0000 0,1000
PREVENZIONE E FORMAZIONE 0,3000 0,0000 0,3000
QUOTE DI SERVIZIO NAZIONALI 0,4444 0,2222 0,2222
QUOTE DI SERVIZIO PROVINCIALI 1,5000 0,7500 0,7500
APE 3,4000 0,0000 3,4000
TOTALE CONTRIBUTI 9,8444 1,3922 8,4522

Siglato accordo di rinnovo per i dipendenti degli Enti locali e della Sanità

Il giorno 21/5/2018 presso l’Aran sono stati firmati in via definitiva i contratti nazionali dei comparti Sanità ed Enti Locali, con decorrenza 2016-2018.

Dopo il via libera da parte della Corte dei Conti del 15 maggio scorso, è stata apposta la firma definitiva sui due testi di rinnovo contrattuale dei comparti della Sanità Pubblica e delle Funzioni Locali.
Quindi non è necessario nessun altro passaggio per veder scattare entro l’estate l’aumento di 85 euro medi mensili (lordi), mentre per il tempo già trascorso in busta paga arriverà l’una tantum con gli arretrati.
La tranche già maturata dovrebbe andare, secondo stime sindacali, dai 592,50 euro ai 619,90. Per le fasce più alte invece gli arretrati già accumulati vanno dai 710,60 agli 883,10 euro. Per le classi di mezzo invece si va dai circa 614 ai 718 euro. Tra le novità del rinnovo vi sono i permessi per le visite specialistiche, le ferie solidali, ma anche una revisione del codice disciplinare, con sanzioni ad hoc in caso di assenze ingiustificate in prossimità dei giorni festivi o per assenze collettive.