Escluso dalla dichiarazione di successione il diritto di abitazione del convivente superstite

Secondo l’Agenzia delle Entrate deve ritenersi escluso dalla dichiarazione di successione il diritto di abitazione del convivente more uxorio del de cuius che, in assenza di disposizione testamentaria, non abbia la qualifica di erede o legatario (Risposta ad interpello n. 37 del 2018).

QUESITO

Ai fini della corretta compilazione della dichiarazione di successione relativamente all’abitazione di proprietà esclusiva del de cuius, è stato chiesto se, in mancanza di una disposizione testamentaria, possa riconoscersi il diritto di abitazione al convivente more uxorio del defunto, pur in assenza al momento dell’apertura della successione della residenza anagrafica presso la casa del de cuius e, in caso affermativo, se tale diritto debba essere indicato nella dichiarazione di successione.

RISPOSTA

In merito al riconoscimento del diritto di abitazione in favore del convivente more uxorio, l’Agenzia delle Entrate ha osservato preliminarmente in base alla legislazione che regolamenta le unioni civili tra persone dello stesso sesso e le convivenze, lo status della stabile convivenza può risultare dai registri anagrafici o essere oggetto di autocertificazione.
Pertanto se, come nel caso in esame, la convivenza con il de cuius non risulti da alcun registro anagrafico e il/la convivente superstite non abbia la residenza anagrafica nella casa di proprietà del de cuius, lo status di convivente può essere legittimamente riconosciuto sulla base di una autocertificazione.
Per quanto concerne il diritto di abitazione in favore del convivente more uxorio, il codice civile stabilisce che in caso di morte del proprietario della casa di comune residenza il convivente di fatto superstite ha diritto di continuare ad abitare nella stessa per due anni o per un periodo pari alla convivenza se superiore a due anni e comunque non oltre i cinque anni. A tal proposito l’Agenzia delle Entrate precisa che secondo l’orientamento della giurisprudenza la convivenza “more uxorio”, quale formazione sociale che dà vita ad un autentico consorzio familiare, determina, sulla casa di abitazione ove si svolge e si attua il programma di vita in comune, un potere di fatto basato su di un interesse proprio del convivente ben diverso da quello derivante da ragioni di mera ospitalità, tale da assumere i connotati tipici di una detenzione qualificata, che ha titolo in un negozio giuridico di tipo familiare, con la conseguenza che l’estromissione violenta o clandestina dall’unità abitativa, compiuta da terzi e finanche dal convivente proprietario in danno del convivente non proprietario, legittima quest’ultimo alla tutela possessoria, consentendogli di esperire l’azione di spoglio.
Dunque, va riconosciuto il diritto di abitazione in capo al convivente superstite, pur in assenza della residenza anagrafica presso l’abitazione, in funzione della garanzia riconosciuta dalla normativa di continuare ad abitare nella casa comune per un lasso di tempo ragionevolmente sufficiente a consentite al convivente superstite di provvedere in altro modo a soddisfare l’esigenza abitativa.
Tuttavia, il diritto di abitazione al convivente more uxorio, data la mancanza di una disposizione testamentaria, costituisce un diritto personale di godimento attribuito ad un soggetto che non ha la qualifica di erede o legatario, e pertanto non va indicato nella dichiarazione di successione.

Investimenti pubblicitari: credito d’imposta

L’acquisto di spazi pubblicitari effettuati sul sito web di un’agenzia di stampa può essere considerato investimento incrementale ammissibile ai fini dell’applicazione del credito d’imposta, ( (PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI – DIPARTIMENTO PER L’INFORMAZIONE E L’EDITORIA – Risposta al quesito del 12 ottobre 2018).

Tra gli investimenti pubblicitari incrementali ammissibili per accedere al credito d’imposta si individuano quelli effettuati sulla stampa quotidiana e periodica, anche on-line, e quelli effettuati sulle emittenti televisive e radiofoniche locali, analogiche o digitali.
Dall’ambito della “stampa quotidiana e periodica, anche on-line” (ovvero dei “giornali quotidiani e periodici, anche on-line”) non sembrano potersi legittimamente escludere le agenzie di stampa, posto che si tratta, in primo luogo, di organi di informazione, che svolgono dunque una funzione del tutto analoga a quella dei giornali, e che hanno modalità di fruizione, da parte del pubblico, sovrapponibili a quelle dei giornali on-line.
Inoltre, la loro esclusione dall’ambito di operatività delle disposizioni che disciplinano il credito d’imposta non si giustificherebbe alla luce delle finalità di incentivazione degli investimenti pubblicitari sui mezzi di informazione.
Semmai, è appena il caso di precisare che devono essere verificate, anche per le agenzie di stampa, le medesime condizioni che si impongono con riferimento agli investimenti effettuati sugli altri mezzi di informazione: l’individuazione dei “media ammissibili” ai fini del beneficio si completa con la precisazione che i menzionati organi di informazione devono essere in regola con tutte le norme che riguardano la registrazione della testata (giornalistica o radiofonica o televisiva) e devono essere dotati della figura del direttore responsabile. Questa finalità risiede nella evidente necessità di evitare che possa essere concesso agli operatori economici un beneficio di carattere fiscale sulla base di spese sostenute in favore di imprese editoriali non in regola con le norme generali che presidiano la regolarità di ogni testata giornalistica e la responsabilità per quanto viene attraverso di essa diffuso al pubblico.
Pertanto, gli investimenti pubblicitari sul sito web di un’agenzia di stampa sono ammissibili a condizione che:
– la relativa testata giornalistica sia registrata presso il competente Tribunale civile, ovvero presso il Registro degli Operatori della Comunicazione tenuto dall’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni;
– la testata sia dotata della figura del direttore responsabile.

Osservanza di ordini superiori illeciti: configurabilità della giusta causa di recesso

L’osservanza di ordini illeciti impartiti dal superiore gerarchico non esclude la legittimità del licenziamento per giusta causa, soprattutto se il lavoratore è in grado di rendersi conto della illegittimità dell’ordine.

L’esecuzione di un ordine illegittimo impartito dal superiore gerarchico non basta di per sé ad impedire la configurabilità di una giusta causa di recesso.
Nel caso di specie, l’ordine impartito al lavoratore comportava un’evidente violazione delle procedure amministrative e contabili, oltre che dei principi e delle regole poste dal codice etico, mediante simulazione di lavori non eseguiti ed esborsi effettivi in favore delle ditte apparentemente appaltatici, la valutazione ai fini della giusta causa di recesso avrebbe dovuto tener conto del carattere palesemente illegittimo dell’ordine impartito, quale elemento idoneo ad incidere sulla lesione del vincolo fiduciario.
La Corte di merito dichiarava l’illegittimità del licenziamento intimato al lavoratore, condannando il datore di lavoro a reintegrarlo nel posto di lavoro. In particolare, la Corte, per l’assenza di dolo e colpa nella condotta del dipendente e per la mera osservanza da parte sua degli ordini impartitigli dal superiore gerarchico (contabilizzazione di lavori non eseguiti), ha escluso che fosse configurabile una giusta causa di licenziamento.
Tuttavia, i giudici della Cassazione hanno affermato che la sentenza impugnata avrebbe dovuto, invece, nel percorso valutativo ai fini della sussumibilità della condotta accertata nella giusta causa o nel giustificato motivo soggettivo di recesso, stabilire se la società datoriale potesse riporre affidamento sul futuro esatto adempimento della prestazione nei confronti di chi si era posto supinamente, ove anche non intenzionalmente, in condizioni di violare in modo ripetuto i doveri di diligenza e fedeltà, di forzare le procedure interne certificando l’esecuzione di lavori in realtà non eseguiti dalle ditte appaltatrici e determinando pagamenti indebiti in favore di queste ultime, senza opporre alcun rifiuto o ostacolo agli ordini in tal senso dati dal superiore gerarchico, ordini della cui illegittimità il dipendente era in condizione di rendersi perfettamente conto. Infatti, l’esecuzione di un ordine impartito dal superiore gerarchico non vale a scriminare la condotta del dipendente ove questi era in grado di rendersi conto della illegittimità dell’ordine in quanto palese.

Il concetto di “benefici normativi e contributivi”

In appresso una breve disamina in merito al concetto di “benefici economici e normativi” in contrapposizione ai cd. regimi di sottocontribuzione, per i quali invece non è necessario il possesso della regolarità contributiva ed il rispetto della legislazione sociale e delle norme di contrattazione collettiva.

Come noto, a decorrere dal 1° luglio 2007, è previsto che i benefici normativi e contributivi previsti dalla normativa in materia di lavoro e legislazione sociale siano subordinati al possesso, da parte dei datori di lavoro, del DURC on line, nonché al rispetto degli altri obblighi di legge e degli accordi e contratti collettivi nazionali, regionali, territoriali o aziendali, laddove sottoscritti, stipulati dalle organizzazioni sindacali dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale.
Il concetto di beneficio si configura come una “eccezione” nei confronti di coloro che in presenza di specifici presupposti soggettivi sono ammessi ad un trattamento agevolato che riduce o elimina totalmente tali oneri.
Per quanto attiene ai benefici contributivi, essi vanno individuati negli sgravi collegati alla costituzione e gestione deI rapporto di lavoro che rappresentano una deroga all’ordinario regime contributivo, la quale tuttavia non configura una ipotesi agevolativa nel caso in cui lo sgravio non sia costruito come “abbattimento” di una aliquota più onerosa, ma rappresenti la “regola” per un determinato settore o categoria di lavoratori. Di qui, non rientrano nella nozione: i regimi di “sottocontribuzione” che caratterizzano interi settori (agricoltura, navigazione marittima, etc.), territori (zone montane, zone a declino industriale, etc.) ovvero specifiche tipologie contrattuali quali l’apprendistato, con una speciale aliquota contributiva prevista dalla legge.
Per benefici normativi, invece, si intendono quelle agevolazioni che operano su un piano diverso da quello della contribuzione previdenziale, ma sempre di natura patrimoniale e comunque sempre in materia di lavoro e legislazione sociale (cuneo fiscale, credito di imposta per nuove assunzioni).

Credito d’imposta per investimenti pubblicitari

Può essere considerato investimento incrementale ammissibile, ai fini dell’applicazione del credito d’imposta, l’acquisto di spazi pubblicitari effettuati sul sito web di un’agenzia di stampa ( (PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI – DIPARTIMENTO PER L’INFORMAZIONE E L’EDITORIA – Risposta al quesito del 12 ottobre 2018).

Tra gli investimenti pubblicitari incrementali ammissibili per accedere al credito d’imposta si individuano quelli effettuati sulla stampa quotidiana e periodica, anche on-line, e quelli effettuati sulle emittenti televisive e radiofoniche locali, analogiche o digitali.
Dall’ambito della “stampa quotidiana e periodica, anche on-line” (ovvero dei “giornali quotidiani e periodici, anche on-line”) non sembrano potersi legittimamente escludere le agenzie di stampa, posto che si tratta, in primo luogo, di organi di informazione, che svolgono dunque una funzione del tutto analoga a quella dei giornali, e che hanno modalità di fruizione, da parte del pubblico, sovrapponibili a quelle dei giornali on-line.
Inoltre, la loro esclusione dall’ambito di operatività delle disposizioni che disciplinano il credito d’imposta non si giustificherebbe alla luce delle finalità di incentivazione degli investimenti pubblicitari sui mezzi di informazione.
Semmai, è appena il caso di precisare che devono essere verificate, anche per le agenzie di stampa, le medesime condizioni che si impongono con riferimento agli investimenti effettuati sugli altri mezzi di informazione: l’individuazione dei “media ammissibili” ai fini del beneficio si completa con la precisazione che i menzionati organi di informazione devono essere in regola con tutte le norme che riguardano la registrazione della testata (giornalistica o radiofonica o televisiva) e devono essere dotati della figura del direttore responsabile. Questa finalità risiede nella evidente necessità di evitare che possa essere concesso agli operatori economici un beneficio di carattere fiscale sulla base di spese sostenute in favore di imprese editoriali non in regola con le norme generali che presidiano la regolarità di ogni testata giornalistica e la responsabilità per quanto viene attraverso di essa diffuso al pubblico.
Pertanto, gli investimenti pubblicitari sul sito web di un’agenzia di stampa sono ammissibili a condizione che:
– la relativa testata giornalistica sia registrata presso il competente Tribunale civile, ovvero presso il Registro degli Operatori della Comunicazione tenuto dall’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni;
– la testata sia dotata della figura del direttore responsabile.