Senza partita IVA i compensi dei “minimi” vanno tra i redditi diversi

Con Risposta ad interpello n. 299 del 2020, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che i compensi riferiti all’attività professionale esercitata in regime dei minimi, riscossi dopo la chiusura della partita IVA, vanno indicati in dichiarazione, ai fini della tassazione, tra i “redditi diversi” derivanti da attività di lavoro autonomo non esercitate abitualmente.

Il caso rappresentato riguarda un contribuente che svolgeva attività professionale esercitata in regime dei minimi. Dopo qualche anno dalla cessazione dell’attività professionale (e, dunque, della partita IVA) ha riscosso alcuni crediti riferiti alla stessa attività.
I compensi risultano regolarmente certificati da fattura emessa prima della cessazione dell’attività, ma non hanno concorso alla determinazione del reddito in quanto non riscossi.
Per effetto del pagamento i compensi sono stati riportati dal committente nella Certificazione Unica come redditi di lavoro autonomo.
Considerata la cessazione dell’attività, si pone il problema di qualificare le somme al fine di indicarle correttamente nella dichiarazione dei redditi e assoggettarle a tassazione.

RISPOSTA

In via preliminare si osserva che aderendo ai regimi agevolati (regime dei contribuenti minimi o regime forfetario), a prescindere dal tipo di attività (professionale o d’impresa) esercitata, il relativo reddito è determinato secondo il criterio di cassa.
In un’ottica di semplificazione che tiene conto delle dimensioni dell’impresa (o attività professionale) e, in particolare, dall’esiguità delle operazioni economiche che caratterizzano l’attività esercitata in regime agevolato (contribuenti minimi o forfetario), l’Agenzia delle Entrate ha riconosciuto per tali contribuenti la possibilità di determinare il reddito relativo all’ultimo anno di attività tenendo conto anche delle operazioni che non hanno avuto in quell’anno manifestazione finanziaria.
In altri termini, i contribuenti che accedono ai predetti regimi agevolati possono far concorrere alla determinazione del reddito anche ricavi ancora da incassare al momento della chiusura della partita IVA, imputando all’ultimo anno di attività anche le operazioni che non hanno avuto ancora manifestazione finanziaria.
Tuttavia, si tratta di una facoltà rimessa alla scelta del contribuente, il quale, pertanto, può legittimamente decidere di non avvalersene. In tal caso, però, i compensi o corrispettivi riscossi successivamente alla cessazione della partita IVA, ancorché regolarmente fatturati nei termini di validità della partita IVA, non possono essere ricondotti alla tipologia dei redditi d’impresa o di lavoro autonomo professionale e beneficiare della tassazione di favore.
Secondo l’Agenzia delle Entrate, la circostanza che il contribuente, al momento dell’incasso del compenso, non abbia partita IVA, fa si che non sia possibile riscontrare il requisito soggettivo dell’abitualità che è alla base delle attività di impresa o di lavoro autonomo professionale.

Di conseguenza, i crediti percepiti dopo la cessazione dell’attività di impresa o di lavoro autonomo esercitata in regime agevolato (contribuenti minimi o forfetario) e la chiusura della partita IVA, devono essere dichiarati come redditi diversi e indicati nella dichiarazione dei redditi nel quadro RL, rispettivamente, tra i “redditi derivanti da attività commerciali non esercitate abitualmente” ovvero tra i “redditi derivanti da attività di lavoro autonomo non esercitate abitualmente”, assoggettandoli alla tassazione prevista per tali redditi.

DL Semplificazioni: sospensione al professionista che non comunica la PEC all’Ordine

Sospeso il professionista che non comunica all’Ordine di appartenenza il proprio “domicilio digitale”, lo prevede l’art. 37 del decreto-legge Semplificazioni che ha introdotto un sistema sanzionatorio per gli iscritti che non comunicano l’indirizzo di Posta Elettronica Certificata (PEC) al proprio Ordine professionale. È quanto sottolinea il Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili, con la nota informativa n. 98 del 31 agosto 2020, in cui si sottolinea che l’obbligo di tale comunicazione è stato stabilito dall’art. 16 del decreto-legge 185/2008.

Nei confronti degli iscritti che non abbiano comunicato l’indirizzo PEC, gli Ordini territoriali dei commercialisti dovranno prima di tutto formulare apposita diffida ad adempiere all’obbligo entro 30 giorni dalla ricezione della stessa, informando che in caso di mancata ottemperanza il Consiglio dell’Ordine provvederà alla segnalazione dell’inadempimento al Consiglio di Disciplina per l’apertura del procedimento disciplinare e l’irrogazione della sanzione della sospensione fino alla comunicazione del domicilio digitale.
La comunicazione della PEC da parte degli iscritti, oltre a costituire un obbligo di legge a carico dei professionisti, è strumentale all’adempimento da parte dell’Ordine degli obblighi legati alla conoscibilità degli indirizzi PEC. In particolare, la pubblicazione dell’elenco riservato consultabile in via telematica dalle pubbliche amministrazioni e la trasmissione dei dati al registro INI-PEC, obblighi la cui reiterata inadempienza costituisce motivo di scioglimento e di commissariamento dell’Ordine da parte del Ministero vigilante.

Il codice tributo per il credito d’imposta su commissioni pagamenti elettronici

Istituito il codice tributo “6916”per l’utilizzo in compensazione, tramite modello F24, del credito d’imposta per le commissioni addebitate per le transazioni effettuate mediante strumenti di pagamento elettronici, ai sensi dell’art. 22, D.L. n. 124/2019 (Agenzia delle Entrate – Risoluzione 31 agosto 2020, n. 48/E).

Agli esercenti attività di impresa, arte o professioni spetta un credito di imposta pari al 30 per cento delle commissioni addebitate per le transazioni effettuate mediante carte di credito, di debito o prepagate emesse da operatori finanziari soggetti all’obbligo di comunicazione previsto dall’articolo 7, sesto comma, del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 605.
Il medesimo credito d’imposta spetta altresì per le commissioni addebitate sulle transazioni effettuate mediante altri strumenti di pagamento elettronici tracciabili.
Il credito d’imposta in questione spetta per le commissioni dovute in relazione a cessioni di beni e prestazioni di servizi rese nei confronti di consumatori finali dal 1° luglio 2020, a condizione che i ricavi e compensi dell’esercente, relativi all’anno d’imposta precedente, siano di ammontare non superiore a 400.000 euro ed è utilizzabile esclusivamente in compensazione, a decorrere dal mese successivo a quello di sostenimento della spesa. A tal fine, il modello F24 è presentato esclusivamente attraverso i servizi telematici messi a disposizione dall’Agenzia delle entrate, pena lo scarto dell’operazione di versamento.
Al fine di consentire l’utilizzo in compensazione, tramite modello F24, del credito d’imposta in oggetto, è istituito il seguente codice tributo:
– “6916” denominato “Credito d’imposta commissioni pagamenti elettronici – articolo 22, decreto-legge 26 ottobre 2019, n. 124”.
In sede di compilazione del modello F24, il suddetto codice tributo è esposto nella sezione “Erario”, nella colonna “importi a credito compensati”, ovvero, nei casi in cui il contribuente debba procedere al riversamento dell’agevolazione, nella colonna “importi a debito versati”.
I campi “mese di riferimento” e “anno di riferimento” sono valorizzati con il mese e l’anno in cui è stata addebitata la commissione che dà diritto al credito d’imposta, rispettivamente nei formati “00MM” e “AAAA”.
L’Agenzia delle Entrate, nella risoluzione n. 48/E del 2020, sottolinea che ai sensi del provvedimento della Banca d’Italia del 21 aprile 2020, i prestatori di servizi di pagamento devono trasmettere agli esercenti, mensilmente e per via telematica, l’elenco delle transazioni effettuate mediante strumenti di pagamento elettronici e le informazioni relative alle commissioni addebitate.

Tassazione separata per gli assegni erogati a sostegno dell’occupazione

01 SETT 2020 Il contribuente anche qualora ritenga che la tassazione ordinaria sia più favorevole, non può indicare nella dichiarazione dei redditi gli emolumenti assoggettati a tassazione separata da parte dell’ente erogante. (AGENZIA DELLE ENTRATE – Risposta 31 agosto 2020, n. 290).

Nella fattispecie l’Istante dal 1° gennaio 2019 ha cessato la propria attività lavorativa e, dalla medesima data, beneficia di:
a) un assegno mensile erogato dall’INPS per conto del “fondo di solidarietà per la riconversione e riqualificazione professionale, per il sostegno dell’occupazione e del reddito del personale dipendente delle imprese del credito”;
b) un assegno mensile erogato dal Banco BPM spa a titolo di incentivo all’esodo con accesso al fondo di solidarietà.
Sia l’assegno straordinario di sostegno al reddito erogato dall’INPS che l’incentivo all’esodo erogato dal Banco BPM spa sono soggetti a tassazione separata, con l’utilizzo dell’aliquota TFR (art. 17 del TUIR) al 30,27%.
L’Istante non percepisce altri redditi imponibili IRPEF (eccetto quelli derivanti dall’abitazione principale e da un’altra unità abitativa posseduta al 50%). Al fine di fruire delle detrazioni fiscali per gli interventi di recupero del patrimonio edilizio, chiede se vi sia la possibilità di adottare la tassazione IRPEF ordinaria in sede di dichiarazione dei redditi, con specifico riguardo ai citati assegni mensili.
Al riguardo il Fisco ha chiarito che l’articolo 17, comma 3, ultimo periodo, del TUIR non prevede la facoltà per il contribuente di optare per il regime della tassazione ordinaria in sede di dichiarazione dei redditi, ma stabilisce che “gli uffici provvedono a iscrivere a ruolo le maggiori imposte dovute con le modalità stabilite negli articoli 19 e 21 ovvero facendo concorrere i redditi stessi alla formazione del reddito complessivo dell’anno in cui sono percepiti, se ciò risulta più favorevole per il contribuente”.
Inoltre, l’articolo 1, terzo comma, del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, stabilisce che i redditi soggetti a tassazione separata in esame non devono essere indicati nella dichiarazione dei redditi, se corrisposti da soggetti che hanno l’obbligo per legge di effettuare la ritenuta d’acconto.
Pertanto, nel caso di specie, l’Istante, anche qualora ritenga che la tassazione ordinaria sia più favorevole, non può indicare nella dichiarazione dei redditi gli emolumenti assoggettati a tassazione separata da parte dell’ente erogante. Successivamente, l’Agenzia delle entrate procederà alla liquidazione delle imposte dovute sulle somme soggette a tassazione separata da parte dell’ente erogante ai sensi dell’articolo 17 del TUIR, comunicandone l’esito al contribuente.
Tenuto conto che, l’Istante ritiene più favorevole far concorrere al reddito complessivo i redditi soggetti a tassazione separata, al fine di beneficiare della detrazione delle spese sostenute per gli interventi di ristrutturazione edilizia, lo stesso – dopo il ricevimento della comunicazione degli esiti della liquidazione dell’imposta – potrà rivolgersi al competente ufficio territoriale dell’Agenzia delle entrate, che procederà, in sede di assistenza, alla modifica dell’esito della comunicazione utilizzando le detrazioni spettanti, previa verifica dei presupposti, a scomputo dell’imposta calcolata, facendo concorrere i redditi in questione alla formazione del reddito complessivo dell’anno in cui sono percepiti.

Nuova procedura FSBA per le aziende artigiane

Il Fondo di Solidarietà Bilaterale dell’Artigianato (FSBA) ha adottato dallo scorso 24 agosto una nuova procedura relative alla cassa integrazione di tipo Covid-19.

Il Fondo nazionale FSBA ha pubblicato le procedure aggiornate relative alla cassa integrazione di tipo Covid-19, le quali recepiscono le novità introdotte dal Decreto dello scorso 14 agosto.
Le nuove 18 settimane di cassa integrazione partono a far data dal 13 luglio 2020. Il contatore riparte dunque da zero a partire dal 13/7/2020. Le giornate attinenti le prime 18 settimane che eventualmente non fossero state utilizzate entro il 12/7/2020 decadono in via definitiva e, in linea con quanto sancito dal Decreto Agosto, non possono essere cumulate con l’ulteriore periodo a disposizione.
Se l’azienda ha terminato le prime 18 settimane prima del 13 luglio 2020, la rendicontazione delle giornate che intercorrono tra l’ultimo giorno rendicontato ed il 13 luglio verrà inibita dal Sistema.
Tutte le domande FSBA saranno prorogate in automatico avendo durata fino al 31 dicembre 2020: non occorrono dunque una nuova domanda ed un nuovo verbale, restano valide le domande FSBA già presentate, se regolarmente protocollate.
I criteri restano quelli dell’effettivo utilizzo e del contatore aziendale: come sempre cioè le 18 settimane disponibili sono per singola azienda, non per singolo lavoratore. Il limite aziendale delle 18 settimane si traduce in un massimo di 90 giorni lavorativi effettivi nel caso di attività lavorativa aziendale su 5 giorni a settimana (108 giorni per la settimana lavorativa su 6 giorni e 126 giorni per la settimana lavorativa su 7 giorni).
Il nuovo limite delle 9 + 9 settimane viene gestito dal contatore aziendale in fase di rendicontazione delle assenze. Al momento è possibile rendicontare le assenze soltanto per le prime 9 settimane “nuove”, per le ulteriori 9 saranno in seguito emanate le relative direttive.
Le domande FSBA Covid-19 devono essere presentate entro la fine del mese successivo a quello in cui ha avuto inizio il periodo di sospensione/riduzione dell’attività. Tale limite non vale nel caso di aziende artigiane che hanno avuto la respinta di una Cig in deroga: esse dovranno però accettare l’autodichiarazione proposta dal Sistema e caricare in SINAWEB il documento attestante il rifiuto della domanda da parte della Regione/INPS.
I lavoratori inclusi nelle domande FSBA devono essere stati assunti prima del 25 marzo 2020.