Pubblica amministrazione: Patto per l’innovazione del lavoro pubblico e la coesione sociale

Firmato il Patto per l’innovazione del lavoro pubblico e la coesione sociale.

Il Patto è volto a realizzare gli obiettivi cruciali della modernizzazione del “sistema Italia” e dell’incremento della coesione sociale, a partire dalla straordinaria opportunità offerta dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR).

In questa prospettiva, il Patto intende potenziare la Pubblica Amministrazione attraverso la semplificazione dei processi e un massiccio investimento nel capitale umano.
Tutto ciò tramite l’individuazione della flessibilità organizzativa delle Pubbliche Amministrazioni e l’incremento della loro rapidità di azione come obiettivi fondamentali di un processo di rinnovamento che le parti si impegnano a perseguire, con particolare riferimento a tre dimensioni: il lavoro, l’organizzazione e la tecnologia.
L’individuazione di una disciplina del lavoro agile (smart working) per via contrattuale è un elemento qualificante di questa strategia e va nella direzione auspicata dalle organizzazioni sindacali sin dall’inizio della crisi pandemica.
In questa ottica, il Patto afferma che ogni pubblico dipendente dovrà essere titolare di un diritto/dovere soggettivo alla formazione continua, al fine di essere realmente protagonista del cambiamento, e che la Pubblica Amministrazione dovrà utilizzare percorsi formativi di eccellenza, adatti alle persone e certificati.
Questi gli Elementi del Patto
1.Il Governo emanerà all’Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni (Aran) gli atti di indirizzo di propria competenza per il riavvio della stagione contrattuale. I rinnovi contrattuali relativi al triennio 2019-2021 interessano oltre 3 milioni di dipendenti pubblici e vedranno confluire l’elemento perequativo delle retribuzioni all’interno della retribuzione fondamentale. Il Governo, poi, individuerà le misure legislative utili a promuovere la contrattazione decentrata e a superare il sistema dei tetti ai trattamenti economici accessori.
2.Con riferimento al lavoro agile, nei futuri contratti collettivi nazionali dovrà essere definita una disciplina normativa ed economica che garantisca condizioni di lavoro trasparenti, che favorisca la produttività e l’orientamento ai risultati, conciliando le esigenze delle lavoratrici e dei lavoratori con le esigenze organizzative delle pubbliche amministrazioni. Saranno quindi disciplinati aspetti di tutela dei diritti sindacali, delle relazioni sindacali e del rapporto di lavoro quali il diritto alla disconnessione, le fasce di reperibilità, il diritto alla formazione specifica, la protezione dei dati personali, il regime dei permessi e delle assenze.
3.Attraverso i contratti collettivi del triennio 2019-2021, si procederà alla successiva rivisitazione degli ordinamenti professionali del personale, ricorrendo a risorse aggiuntive con la legge di bilancio per il 2022 e adeguando la disciplina contrattuale ai fabbisogni di nuove professionalità e competenze. È necessario, inoltre, valorizzare specifiche professionalità non dirigenziali dotate di competenze specialistiche ed estendere i sistemi di riconoscimento delle competenze acquisite negli anni, anche tramite opportune modifiche legislative.
4.Il Governo si impegna a definire politiche formative di ampio respiro, con particolare riferimento al miglioramento delle competenze digitali e di specifiche competenze avanzate di carattere professionale. Formazione e riqualificazione assumeranno il rango di investimento strategico e non saranno più considerati come mera voce di costo.
5.Nell’ambito dei nuovi contratti collettivi saranno adeguati i sistemi di partecipazione sindacale, valorizzando gli strumenti di partecipazione organizzativa e il ruolo della contrattazione integrativa.
6.Le parti concordano sulla necessità di implementare gli istituti di welfare contrattuale, con riferimento al sostegno alla genitorialità e all’estensione al pubblico impiego di agevolazioni fiscali già riconosciute al settore privato, relative alla previdenza complementare e ai sistemi di premialità diretti al miglioramento dei servizi.

Fondo Nuove Competenze: indicazioni sulla progettazione dei percorsi, attestato finale e richiesta dati

Con nota 05 marzo 2021, n. 5329, l’Anpal – in esito al percorso di condivisione con il Ministero del lavoro e con le Regioni – integra l’Avviso Fondo Nuove Competenze ed i suoi allegati. In particolare, sono fornite indicazioni sulle modalità di progettazione dei percorsi di sviluppo delle competenze; si precisa, riguardo all’attestato finale delle competenze, il set minimo di informazioni che l’attestato deve contenere e si propone un modello di attestato esemplificativo, non vincolante. Infine, per agevolare le aziende, sono stati modificati i modelli per richiedere i dati dei singoli lavoratori, sia in fase di presentazione della domanda, sia in fase di richiesta di saldo.

Modalità di messa in trasparenza e attestazione delle competenze
Secondo quanto previsto dal decreto interministeriale 9 ottobre 2020 e dal conseguente Avviso FNC, il progetto formativo deve essere elaborato rispettando determinati vincoli, dando evidenza evidenza, tra l’altro, dei seguenti aspetti:
– delle modalità di personalizzazione dei percorsi di apprendimento, sulla base della valutazione in ingresso, a partire dalla progettazione per competenze degli interventi coerente con gli standard professionali e di qualificazione definiti nell’ambito del Repertorio nazionale, di cui all’articolo 8 del D.Lgs. 16 gennaio 2013, n. 13;
– delle modalità di messa in trasparenza e attestazione delle competenze acquisite in esito ai percorsi e dei soggetti incaricati della messa in trasparenza e attestazione, in conformità con le disposizioni definite ai sensi e per gli effetti del D.Lgs. 16 gennaio 2013, n. 13.
Considerata la ratio della norma istitutiva del FNC (ed il relativo Decreto interministeriale di attuazione, tenuto conto dei diversificati fabbisogni formativi espressi dalle imprese, sentiti il Ministero del Lavoro, le Regioni e le Province Autonome, l’Anpal fornisce le seguenti indicazioni operative:
a) La progettazione per competenze degli interventi deve essere coerente nell’impianto logico e metodologico con gli standard professionali e di qualificazione definiti nell’ambito del Repertorio Nazionale, facendo riferimento o alle qualificazioni ricomprese o ai descrittivi dell’Atlante del lavoro e delle qualificazioni. Ciò significa che è possibile descrivere attività e/o competenze obiettivo dei percorsi non ricomprese nel Repertorio e nell’Atlante rispettando le “logiche” e la metodologia descrittiva dell’Atlante e del Repertorio Nazionale e, laddove esistenti, facendo riferimento ai quadri di riferimento comunitari delle competenze (quali ad esempio: il Quadro comune europeo di riferimento per la conoscenza delle lingue (QCER); il Quadro europeo per le competenze digitali (DigComp); il Quadro europeo delle competenze ICT (e-CF)).
b) Le modalità di messa in trasparenza e attestazione delle competenze acquisite in esito ai percorsi di sviluppo delle competenze devono essere coerenti con le regole di sistema definite dal D.Lgs. 16 gennaio 2013 e dalle derivanti Linee guida approvate con Decreto 5 gennaio 2021.
In considerazione dell’approccio progressivo con il quale si sta realizzando la messa a regime del Sistema Nazionale di Certificazione delle Competenze, con riguardo all’attestazione finale, è opportuno operare una distinzione tra attestazioni e certificazioni: entrambe le tipologie sono ritenute ammissibili ai fini del riconoscimento del contributo e dovranno essere prodotte nella richiesta di saldo.
Nel caso in cui, per la natura del percorso o dell’ente che lo ha erogato, non sia possibile rilasciare una certificazione, dovranno essere rilasciati degli attestati, ossia attestati di messa in trasparenza delle competenze compilati in coerenza con l’impianto logico, metodologico definito ai sensi e per gli effetti del D.Lgs. n. 13/2013.
Al fine di garantire, pertanto, ai lavoratori la massima trasparenza e spendibilità degli apprendimenti maturati e con la medesima finalità delle attestazioni in esito ai tirocini extracurriculari, l’attestato di messa in trasparenza delle competenze deve contenere un set minimo di informazioni (così come specificate nell’Allegato 6 alla nota in commento): denominazione dei soggetti coinvolti nel percorso di sviluppo delle competenze; denominazione del percorso di sviluppo delle competenze; dati della persona a cui è rilasciata l’attestazione; informazioni relative al percorso; informazioni relative agli apprendimenti conseguiti; luogo data e firma.
L’attestato potrà essere redatto secondo lo schema di cui all’Allegato 7, il quale costituisce un format esemplificativo e non vincolante.
E’ utile infine precisare che, a differenza dei certificati, aventi forza di valore di atto pubblico nell’ambito dei servizi di individuazione, validazione e certificazione delle competenze, gli attestati di messa in trasparenza delle competenze hanno valore di atto privato e costituiscono documentazione utile spendibile quale evidenza nell’ambito dei servizi di individuazione, validazione e certificazione delle competenze ai sensi e per gli effetti del D.Lgs. n. 13/2013.

Elenco dei lavoratori coinvolti in fase di presentazione istanza e in fase di richiesta di saldo
Con riferimento all’art. 3 dell’Avviso FNC (Presentazione dell’istanza di contributo) e all’art. 7 (Modalità e strumenti per la presentazione delle istanze e delle richieste di saldo), è integrato il modello di dati relativi ai lavoratori coinvolti nei percorsi di sviluppo delle competenze che il soggetto richiedente è tenuto a compilare in fase di presentazione dell’istanza e ad allegare in formato excel alla sezione dedicata dell’applicativo (cfr. Allegato 2 bische sostituisce l’Allegato 2 all’Avviso FNC).
Con riferimento all’art. 6.2 dell’Avviso FNC (Richiesta di saldo) e all’art. 7 (Modalità e strumenti per la presentazione delle istanze e delle richieste di saldo) è integrato anche il modello di dati relativi ai lavoratori coinvolti nei percorsi di sviluppo delle competenze che il soggetto richiedente è tenuto a compilare in fase di richiesta di saldo e ad allegare in formato excel alla sezione dedicata dell’applicativo (cfr. Allegato 4 bis che sostituisce l’Allegato 4 all’Avviso FNC).
E’ fornito infine il modello di riferimento (cfr. Allegato 5bis) per l’acquisizione delle informazioni sui partecipanti richieste all’Allegato 5 dell’Avviso FNC del 04.11.2020.

Sisma Bonus: modifiche al modello di comunicazione

Il modello di comunicazione per la fruizione del credito d’imposta per gli investimenti nel Mezzogiorno, nei comuni del sisma del Centro-Italia e nelle zone economiche speciali è stato modificato (ZES) (AGENZIA DELLE ENTRATE – Provvedimento 09 marzo 2021, n. 65238)

Il modello di comunicazione, nella versione aggiornata che fa parte integrante del provvedimento in oggetto sostituisce il precedente modello a partire dal 31 marzo 2021. A decorrere dalla predetta data, va utilizzata la versione aggiornata del modello sia per la fruizione dei crediti d’imposta per gli investimenti nel Mezzogiorno, nei comuni del sisma del Centro-Italia e nelle zone economiche speciali (ZES), sia per la presentazione di comunicazioni di rettifica e di rinunce al credito d’imposta.

La trasmissione telematica del modello di comunicazione è effettuata utilizzando la versione aggiornata del software relativo al credito d’imposta per gli investimenti nel Mezzogiorno, denominato “Creditoinvestimentisud” (CIM17), disponibile gratuitamente sul sito internet www.agenziaentrate.it. La versione aggiornata del software è resa disponibile dal 31 marzo 2021.

Bonus locazione per gli enti non commerciali: non rileva la qualificazione giuridica

Gli enti non commerciali possono accedere al credito d’imposta di cui all’art. 28 del DL Rilancio indipendentemente se assumono la qualificazione di ente pubblico o privato (Agenzia Entrate – risposta 10 marzo 2021, n. 169).

Il Decreto Rilancio, al fine di contenere gli effetti negativi derivanti dalle misure di prevenzione e contenimento connesse all’emergenza epidemiologica da Covid-19, ha riconosciuto ai soggetti esercenti attività d’impresa, arte o professione, con ricavi o compensi non superiori a 5 milioni di euro nel periodo d’imposta 2019, un credito d’imposta nella misura del 60% dell’ammontare mensile del canone di locazione, di leasing o di concessione di immobili ad uso non abitativo destinati allo svolgimento dell’attività industriale, commerciale, artigianale, agricola, di interesse turistico o all’esercizio abituale e professionale dell’attività di lavoro autonomo.
Il credito d’imposta spetta anche agli enti non commerciali, compresi gli enti del terzo settore e gli enti religiosi civilmente riconosciuti, in relazione al canone di locazione, di leasing o di concessione di immobili ad uso non abitativo destinati allo svolgimento dell’attività istituzionale.
L’Agenzia delle Entrate ha chiarito che i predetti soggetti possono fruire del menzionato credito d’imposta, anche nelle ipotesi in cui l’ente svolga, oltre all’attività istituzionale, anche un’attività commerciale, in modo non prevalente o esclusivo.
Gli enti non commerciali, dunque, possono accedere al credito d’imposta in relazione al pagamento dei canoni di locazione degli immobili a uso non abitativo e destinati allo svolgimento di attività istituzionale, riferiti ai mesi di marzo, aprile, maggio e giugno 2020. Tale ultimo requisito può essere verificato dall’esame dell’atto costitutivo o dello statuto della singola associazione o ente.

Agli effetti fiscali gli enti pubblici e privati diversi dalle società possono assumere la qualifica di enti “commerciali” o di enti “non commerciali” a seconda che svolgano, rispettivamente, in via esclusiva o prevalente, “attività commerciali” o in via esclusiva o prevalente, “attività non commerciali”.

La disposizione del decreto Rilancio non opera alcun riferimento alla natura pubblica o privata degli enti non commerciali destinatari del regime di favore, utilizzando la locuzione “enti non commerciali”, ed estendendo tale regime anche agli enti del terzo settore e agli enti religiosi civilmente riconosciuti.

Gli enti non commerciali, dunque, possono accedere al credito d’imposta, indipendentemente se assumono la qualificazione di ente pubblico o privato.

Redditometro: escluso l’obbligo di provare la destinazione di redditi esenti

In tema di accertamento sintetico del reddito (cd. redditometro), ai fini della prova contraria richiesta al contribuente deve ritenersi escluso l’onere aggiuntivo di provare l’effettiva destinazione dei redditi esenti alle spese per incrementi patrimoniali oggetto di contestazione (Corte di Cassazione – Ordinanza 05 marzo 2021, n. 6270).

La controversia riguarda l’accertamento sintetico con il quale l’Agenzia delle Entrate ha contestato il maggior reddito in relazione a incrementi patrimoniali ritenuti non giustificati sulla base del reddito dichiarato.
I giudici tributari hanno accolto il ricorso del contribuente che ha dimostrato di possedere una sufficiente disponibilità finanziaria derivatagli da un’operazione immobiliare posta in essere in epoca immediatamente precedente a quella oggetto di verifica fiscale oltre che di un saldo attivo risultante dai conti correnti in epoca sia anteriore che successiva agli anni di imposta oggetto di verifica.
I giudici hanno affermato che nessuna altra prova deve dare la parte contribuente circa l’effettiva destinazione del reddito esente o sottoposto a tassazione separata agli incrementi patrimoniali se non la dimostrazione dell’esistenza di tali redditi.

L’Agenzia delle Entrate ha impugnato la decisione sostenendo che spetti al contribuente provare che le spese contestate siano state sostenute con redditi esenti o con redditi soggetti a ritenute alla fonte a titolo d’imposta. In altri termini, secondo il Fisco, il contribuente sarebbe tenuto a provare, oltre al possesso, anche l’utilizzo delle disponibilità finanziarie per sostenere le spese poste a fondamento dell’accertamento.

La Corte di Cassazione ha affermato, invece, che in tema di accertamento delle imposte sui redditi, qualora l’ufficio determini sinteticamente il reddito complessivo netto in relazione alla spesa per incrementi patrimoniali, la prova documentale contraria ammessa per il contribuente, non riguarda la sola disponibilità di redditi esenti o di redditi soggetti a ritenuta alla fonte a titolo d’imposta, ma anche l’entità di tali redditi e la durata del loro possesso, che costituiscono circostanze sintomatiche del fatto che la spesa contestata sia stata sostenuta proprio con redditi esenti o soggetti a ritenuta alla fonte a titolo d’imposta.
Qualora il contribuente deduca che la spesa effettuata deriva dalla percezione di ulteriori redditi di cui ha goduto è onerato della prova contraria sulla loro disponibilità, sull’entità degli stessi e sulla durata del possesso, sicché, sebbene non debba dimostrarne l’utilizzo per sostenere le spese contestate, è tenuto a produrre documenti dai quali emergano elementi sintomatici del fatto che ciò sia accaduto o sia potuto accadere.
Ne discende che il contribuente non è onerato anche della prova del nesso di correlazione tra il maggior reddito determinato o determinabile sinteticamente e i redditi esenti o da redditi soggetti a ritenuta alla fonte a titolo d’imposta.

Nella fattispecie i giudici tributari hanno correttamente applicato i suddetti principi, accertando in fatto che il contribuente aveva dimostrato il possesso di una cospicua disponibilità finanziaria derivatagli da un’operazione immobiliare posta in essere in epoca immediatamente precedente a quella oggetto di verifica fiscale oltre che di un saldo attivo risultante dai conti correnti del contribuente in epoca sia anteriore che successiva agli anni di imposta oggetto di verifica.
Al contribuente non spetta l’onere aggiuntivo di provare che le spese contestate siano state sostenute con redditi esenti o con redditi soggetti a ritenute alla fonte a titolo d’imposta.